Due romanzi-capolavoro in cui Letteratura e Vita sono indistinguibili. La sindrome delle emozioni più alte.
SFCDT, acronimo di Se foutre carrément de tout, è stato coniato da Henri Beyle (1783-1842), lo scrittore francese dai molti nom de plûme: Anastase de Serpière, William Crocodile, Bombet, Baron Pataut, Old Hummus, Polybe Love-Puff.
Autore di capolavori quali Il Rosso e il Nero, La Certosa di Parma, Passeggiate Romane: Stendhal. Il beylisme, è la condizione olimpica dell’arte di vivere oltre il piacere.
Fregarsene altamente di tutto. Beyle aveva elaborato una teoria comportamentale per adire la felicità, come una formula matematica, il restante di una sintesi definitiva. Un codice esistenziale che il futuro presidente del Consiglio transalpino, Léon Blum, dipanerà nel 1914:
Quando si è divenuti chiaramente consapevoli delle esigenze essenziali della propria natura, quando si è concentrata tutta la propria volontà attiva verso questo fine, quando si sono risolutamente respinti i falsi principi della morale o della religione corrente, le false promesse della società, la felicità può essere ottenuta logicamente, per tappe necessarie, come una dimostrazione matematica. In questo processo, ci troveremo di fronte all’eterno nemico: il mondo, ma sappiamo come combatterlo, vale a dire, per ingannarlo. Un meccanismo di felicità e non di piacere, in questa formula si nasconde la profonda novità. […] La felicità, come la intende Stendhal, va ben oltre il felice sussulto dei sensi; riguarda le energie profonde dell’anima; implica uno slancio, un rischio, un dono a cui tutta la persona è impegnata. […] È un compimento, un momento di totale oblio e di perfetta coscienza, un’estasi spirituale dove tutta la mediocrità della realtà è abolita. Gli intensi stati d’amore, il godimento che l’opera d’arte procura, possono dare un’idea di ciò.
Meglio non si potrebbe. Istruzioni per l’uso…
La coscienza di Stendhal è il palcoscenico per i doublage tra autore e interprete. Non sfuggono all’infanzia di Henri le images au miroir, moviola dell’insofferenza per il padre Chérubin, avvocato al Parlamento di Grenoble, votato all’accumulo di ricchezze, per l’ottusa zia zitella, la beghina Séraphie, per l’odioso precettore Raillane, che preferisce l’ipotesi egocentrico-tolemaica alla eliocentrico-copernicana e avrebbe mandato al rogo Galileo e anche il fantasma di Eratostene. Altrettanto, i primi, fondamentali anni – cui nessuno sfugge – attraversano la consolazione di abbracciare la sorella Pauline e la senile dolcezza del nonno materno, il medico di fama Henri Gagnon e rannicchiarsi nell’alveo del dolore per la morte – è la volontà divina, gli ripetono! – della mamma, a sette anni, nella solitudine di bimbo senza compagni di giochi, fino alla fuga in un altrove che sarà irraggiungibile, compiuto il primo periplo di sé stesso: ufficiale napoleonico, viaggiatore, diplomatico, letterato, amante, onnivoro artefice di armonia e bellezza, pretoriano dell’arte che non ha infingimenti, quella, la sola, captabile da una superiore capacità percettiva, per pochi, assediati dalla folla indifferente e rumorosa, convinta di sé nell’omologazione.
Romantico senza melensaggini, realista senza ottusità. L’incompiuta Vita di Henry Brulard sarà l’ex post dell’essere stato un orfano cresciuto che rifiuta dogmi e postulati della religione, la monarchia che non ha meriti, le grevità sociali. Il pensiero speculativo è la filosofia, la matematica è formulazione e simbolo, il disegno è il controllo dell’espressione. Tanto predisposto da essere ammesso all’École Polytecnique – è il grimaldello per andarsene da Grenoble – si vorrebbe commediografo e seduttore, homme avec des bagages.
È la Parigi dell’assenzio, del tumulto in agguato, ancora tumefatta dalla follia rivoluzionaria che ha decapitato sé stessa e la Francia intera; una parte di quel mondo marcisce sottoterra; la città è madame e maîtresse, dal bel canto ai musei alle librerie ai salotti-boudoir, ai bordelli dove finiscono le ragazze che si sono fatte illusioni. Verrà il tempo moderno di Toulouse Lautrec e delle damine di Seurat in abito rosso sul lungo Senna…
Avrebbe potuto continuare sine die nel tempo sospeso se il cugino, conte Pierre Antoine Daru, futuro ministro della Guerra e segretario di Stato, intendente generale di Napoleone, non lo avesse arruolato ex abrupto, sotto-luogotenente del Sesto Dragoni. Non sa montare a cavallo, impugna la spada come un manico di scopa; solo dopo un mese imparerà a distinguere i gradi cuciti sulle divise ma si sente libero nonostante sia giovane ufficiale di un formidabile esercito dove la disciplina è prima, seconda e terza legge. Il turbine del generale, dell’imperatore, della conquista del continente. Il pittore David – voltagabbana dalla grande tecnica – ha già steso i colori a olio sulla tavolozza.

Le necessitate iperboli volteriane si ritirano a vantaggio di un romanticismo mai melenso, eroico, vibratile. Il romanticismo è l’arte di presentare al popolo le opere letterarie che, nello stato attuale delle sue abitudini e credenze, sono suscettibili di dargli il più grande piacere possibile. È il sostrato del cinismo apparente, manifesto nelle labbra sottili del suo ritratto a firma di Sõdermark, contraddetto dallo sguardo oscuro, profondo di echi selettivi e partecipi fino alla commozione, esorcismo laico alla cifra di esistere, la morta gora dell’aridità da fuggire per sfuggire.
L’orgoglioso Julien Sorel, precettore dei tre figli del sindaco di una cittadina troppo a lungo ricca e ignorante e la passione ricambiata per la moglie del primo cittadino, insieme caduti, ebbri nella prima turbolenza della passione. Sangue e vendetta e morte, vita ecclesiastica e carriera militare, sistole e diastole, Il rosso e il nero, che, comunque fosse andata, sarebbero stati jusq’au bout, all’ultimo respiro. Amarsi nell’irreversibile risolutezza dei complici di un delitto. Quale prudenza, quali mezze misure? Beyle passa a fil di spada tutti i demoni della ritrosia del cuore a partire dal suo, che ignora la forza dell’abitudine sentimentale, le mediocri civetterie, i giochi minimi che respirano l’alito della morte. È, questa, la condizione sconosciuta dell’adorazione.
E Fabrizio del Dongo figlio di una nobildonna e di un ufficiale napoleonico, lui stesso soldato a Waterloo. La “tentazione” della carriera ecclesiastica, l’amore per Clelia Conti; l’influente zia, la corrotta corte parmense, il potere barattato con la dismissione del primato morale, la tragedia dopo una delazione, la morte del bimbo di Clelia e Fabrizio, la prigionia, il sangue. Stendhal e l’autobiografismo. La pièce della Certosa di Parma è intercambiabile con il melodramma, è un anfibio con branchie e polmoni. Ancora e ancora. Sipario sull’imperdibile.
Una seconda volta in armi, da sovrintendente napoleonico nella disfatta della Campagna di Russia – eccoli i Duellanti Gabriel Feraud e Armand d’Hubert di Ridley Scott, usciti in Dordogna, a Sarlat, dal romanzo di Joseph Conrad! – ecco l’ipotesi, che finirà assiderata e poi a Sant’Elena, di un’altra Francia e di un’altra Europa. 1812, di Tchaikovski, copre l’eco della Marsigliese con gli zoccoli della cavalleria zarista. Il generale Inverno ha vinto.
Lo attendono altri incarichi, in diplomazia, e il Bel Paese che ancora declina le espressioni più elevate della circolarità del tempo nella bellezza. La vertigine è quasi dolorosa, sul sagrato fiorentino di Santa Croce, nell’eternità di Galileo e Michelangelo che tanto hanno osato nell’”oltre”, temendo lui di cadere, il cuore in tumulto per la certezza che l’impossibile è possibile.
La Sindrome di Stendhal è al punto di congiunzione delle sensazioni celesti dell’arte e del sentimento della passione. Un nomade dell’animo. Milano è la patria adottiva per il cuore dei milanesi, humus dell’essere. L’algore di Parigi è lontano. La Scala, il bel canto, gli scrittori. La caccia alla felicità inizia con l’aurora ogni giorno. Scrive biografie di musicisti, Haydn, Mozart e Metastasio e La storia della pittura in Italia; Beyle si firma Stendhal in Rome, Naples et Florence del 1817. Nella città sassone di Stendal era nato Johan Joachim Winkelmann (1717-1768), studioso dell’antichità classica e sovrintendente alle Antichità di Roma. Un omaggio per sempre.
Il romanziere sta per completare la metamorfosi e presentarsi alla storia. La passione per Angela Pietragrua è il magma vulcanico. Victorine Mounier, Adèle Rebuffel, Mélanie Guilbert, Guglielmina von Griesheim, la cugina Alexandrine Daru invano corteggiata, la cantante Angelina Bereyter, Matilde Viscontini Dembowski – è lei la donna di De l’amour, il più vicino all’autore – Clémentine Curial, Alberte de Rubempré e l’altro amore per sempre, la giovane e bellissima Giulia Rinieri –sei vecchio e laido ma ti amo – che non interromperà la liaison nonostante un matrimonio impostole dalla famiglia e due figli. In Italia e in Europa, imprendibile, appunto, sullo sfondo di anni senza respiro, con la casacca del diplomatico nell’ombra lunga della famiglia Daru, la Massoneria, la rapida carriera tra Parigi, l’Ungheria, l’Austria.
Non apprezza, ricambiato, Victor Hugo né le acrobazie stilistiche di Alfred de Vigny, i cascami della mistificazione, del conformismo, del passatismo da Restaurazione, le censure da parrucconi dell’Académie Française. Ha poco più di quarant’anni ed è già invecchiato quando, nel 1827, pubblica nell’indifferenza totale, il romanzo Armance , tutt’altro che indimenticabile nonostante sia speculare al pregresso e al frattempo dell’autore. Alla vigilia della Rivoluzione del 1830, le chef d’oeuvre, il Rosso e il Nero. È andato da poco in stampa (1829), Passeggiate Romane, a spasso nella abbagliante capitale del mondo, per vederla e per “come” vederla.
Nominato console a Trieste, non gradito a Vienna perché liberale e intellettuale, è dirottato nella sonnolenta Civitavecchia, piccola e stordita come Grenoble. Progetta “cose” fondamentali per farne conoscenza, una su tutte, l’autobiografica Vita di Henry Brulard, recherche di un’anima, la sua, che uscirà molti anni dopo, nel 1890. Arriva il secondo capolavoro, scritto in sessanta giorni, che ci si creda o no, la Chartreuse de Parme, un diamante della letteratura che confina al difettivo ogni commento aggettivato. Il metacentro dell’animo.
Nietzsche indica in Stendhal l’espressione più riuscita della curiosità e dell’inventiva che i francesi hanno dimostrato in questo campo di brividi sottili, è nell’incarnazione in Henri Beyle, quello straordinario precursore che ha viaggiato a passo napoleonico, come cacciatore e scopritore, l’Europa del suo tempo e diversi secoli dell’anima europea: ci sono volute due generazioni per avvicinarlo al meglio delle nostre possibilità, per sciogliere dopo di lui alcuni degli enigmi che lo tormentavano e lo deliziavano, questo stupefacente epicureo, questo punto interrogativo fatto uomo, l’ultimo grande psicologo di Francia… Anche qui, è impossibile fare meglio.
Il ritorno a Parigi è triste pur se la tedia di Civitavecchia lo aveva portato a chiedersi se bisognerà dunque vivere e morire su questo lido solitario? Ne ho paura. In questo caso morirò del tutto inebetito dalla noia e dalla non comunicazione delle mie idee. Ha tamponato l’emorragia vitale con antiquariato e archeologia. È appesantito e insonne. Lo stato abituale della mia vita è stato quello di un amante infelice, amante della musica e della pittura […] Vedo che la fantasticheria è stata ciò che ho preferito a tutto, anche a passare per un uomo di spirito.
Stendhal è in prima persona in ogni scritto; non c’è alterità che lo separi dal protagonista maschile; altrettanto è per le figure femminili che ha amato o tentato d’amare o che l’hanno rifiutato. La vita scritta e riscritta, sono indistinguibili.
Il romanzo è uno specchio che cammina su una strada maestra. A volte riflette ai tuoi occhi l’azzurro del cielo, a volte il fango dei pantani della strada.
Il suo realismo è la verità; il suo romanticismo inizia quando trasfonde sé stesso nei suoi personaggi. Non ne smarrisce mai il controllo, pseudonimo o maschera che siano Rappresentazione, mai travisamento.
Lamiel, l’incompiuto ultimo romanzo, sarà pubblicato nel 1889.
Un colpo apoplettico lo spegne il 23 marzo 1842, Due settimane prima, nel teatro che amava, Alla Scala di Milano, era stata eseguita in prima assoluta, l’opera di Giuseppe Verdi Nabucco.