L’isolamento volontario del grande scrittore e commediografo e l’ostilità del milieu culturale francese.
“L’indifferenza mi salverà dall’essere sconfitto” - I valori cristiani vissuti da laico.
Non c’è riuscito, l’amico Henry Matisse, pur con la sua drammatica linea continua.
Il punto dove inizia la traccia è invisibile; l’occhio sinistro chiaro e il sopracciglio arcuato, il naso dantesco, le narici sottili, la bocca socchiusa senza labbra.
Né orecchie né capelli. È lo sbozzo di un minimalista busto marmoreo dell’antica Roma, giusto per l’appartamento di Quai Voltaire 25, nel settimo arrondissement.
Vicini di casa, il Musée d’Orsay e, oltre la Seine, il Louvre. È il ritratto sfuggito di mano del caro povero Schiavo, destinatario glorificato dal talento.
L’illustrazione della copertina di Pasiphaé –seconda pièce teatrale di Montherlant-, ha la firma del maestro del modernismo classico ma, come i disegni in stato di grazia, è l’invisibile in un’altra declinazione dell’arte.
Pasiphaé, madre di Arianna, Fedra e del Minotauro, moglie di Minosse. Quasi una foto di famiglia.

Henry de Montherlant, scrittore e commediografo, nobile di nascita, volontario all’inferno della Grande Guerra – da passacarte scelse la trincea – ferito e decorato, viaggiatore genetico del suo sangre catalano, toreador rifiutato dall’altra amica, la morte, carta e penna già da ragazzino che legge Quo Vadis di Sienkiewicz e decide che il suo spazio temporale ha l’acronimo SPQR. Libri di Seneca, Plutarco, Ovidio, Marco Aurelio.
È il fittone dell’adulto che, con la penna, avrà pochi au pair, frutto proibito per il milieu intellettuale francese che tutto ha fatto pur di attaccargli una targa sul retro della giacca di tweed, nella compulsione dei buoni di qua e i cattivi di là, per decidere chi si e chi no.
Entre nous, era ed è di un altro tempo. Ma guai a essere fuori dal coro! Lo diceva Cristina Campo di Arturo Benedetti Michelangeli, a proposito di come eseguiva la Ciaccona di Bach-Busoni, “nell’odio invincibile che lo circonda”.
Quando non sapete quale strada prendere, scegliete la più dolorosa.
Nihil e Nietzsche. Siamo là dove è la nostra tragedia.
Lui, Montherlant, scrive nel 1961 all’amico saggista piemontese Luigi Bàccolo, di essere al centro di una sistematica iniziativa di annullamento, ben oltre la relativa zona d’ombra dei quattro anni di occupazione tedesca. Da classico, da non engagé, da non empatico, da isolato, da tranchant, da categorico, da chi si crede di essere per interporre un invalicabile diaframma tra il sé e l’attuale, fatto dalle nouvelles del bello e cattivo tempo. Dall’editoria al cinema al controllo della televisione, dalla direzione dei musei allo sbriciolarsi del linguaggio, nell’adesione al vuoto silenzio e all’assurdo sul palcoscenico, nell’essai criptico e involuto, stampa e critica compiacenti.
La sua scrittura sovranamente densa, elegante, profonda. Altroché nouvelle.
Come se la Comtesse d’Haussonville di Ingres fosse un esercizio di stile, il vecchio dipinto di una lontana zia da Arsenico e Vecchi Merletti. O gli iris di Fantin-Latour nelle ultime ore del giorno.
I suoi “fiancheggiatori” corrono l’alea di scriverne imitandone lo stile e soffermandosi su curiosità del tipo non aveva la patente, in casa non c’era il televisore. I detrattori si affannano più sulla non domestica personalità, sulla congenita insofferenza asociale, sul suo essere sempre stato avverso come una sfinge nemica di ogni sommovimento, che non sulla sua opera.

Montherlant ha scritto molto ma ben di più è stato detto dopo il settembre 1972, il capolinea dell’uomo ormai anziano, ormai quasi cieco, ormai dissezionato sul tavolo della morgue di un migliaio -almeno! – di contributi in parte equiparabili alle correnti d’aria tra finestre aperte e in parte no, perché corretti.
Lui, membro malgré soi dell’Académie Française senza averlo chiesto, senza aver infilato le antiche spalle d’atleta nell’Habit Vert del protocollo, il non accademico, apologo stoico della solitudine come dei valori cristiani vissuti anche se non si crede. Nulla su cui trovarsi d’accordo, neppure sul percepirsi nel tempo di mezzo, nel “cosa” farne né di “cosa” fare di sé stessi.
Non avere che amici è un obbligo da commercianti. Raccogliere nemici è un’occupazione da aristocratici.
Prima e dopo è il nulla; vivere è il frattempo in cui essere felici può rappresentare un dovere. La vita è il divino, alternanza di piacere e di astensione, come la notte e il giorno di un Michelangelo mediceo. Sistole e diastole sono il codice sorgente di ogni esistenza; un fremito unisono, prima del buio senza ritorno.
Il decalogo della Lettera al figlio dice tutto. Le virtù che devi coltivare sono anzitutto il coraggio, il senso civico, la fierezza, la drittura, il disprezzo, il disinteresse, la grazia, la gratitudine, e, in termini generici, tutto ciò che intendiamo come generosità.[…] Il disinteresse ti eleva dal volgare. Il disprezzo comprende la stima.
Il coraggio del solitario che non soffre la solitudine del solista.
L’orchestra attende l’assolo del primo violino augurandosi che prenda una stecca. Aspetti pure, il consorzio umano, virus batteri e globuli bianchi sono gli elementi della convivenza tossica in cui tutti sono Mitridate, cavalli meccanici di una giostrina, un salto in avanti un salto indietro, girano in tondo restando fermi. L’immagine è di Montherlant.
Tutti fanno la medesima cosa in un identico contesto. Li si direbbe marionette mosse dagli stessi fili.
Non era da passeggiata al Père Lachaise né da raccolta nell’Épitaphier. Senza fiori, funerale, lapide o tomba di famiglia.
Si era interrogato sulla liceità spirituale del togliersi la vita. Si è risposto con una capsula di cianuro rotta tra i denti, un colpo di pistola alla gola, tre lettere sul tavolino e le istruzioni al suo erede e figlio naturale Jean-Claude Barat. Un luogo nel “suo” luogo, Roma, dove svuotare l’urna sottovento al ponentino perché disperda tra i secoli di pietra l’alchemico risultato della pira: Tevere, Tempio di Portuno e Isola Tiberina.
Il resto è fumo.
Ai bimbi, si raccomanda sempre di non mentire. Agli adulti, mai.
Ha scelto il giorno e l’ora, come aveva fatto per Il Solstizio Di Giugno, romanzo e cuore tremulo della Parigi occupata il 14 giugno 1940: 21 settembre 1972, equinozio, luce e oscurità hanno lo stesso peso sui piatti della bilancia. È Giano Bifronte.
Ha dettato lettere alla segretaria mademoiselle Cottet, ha chiesto a Barat di essere da lui nel pomeriggio all’ora finale, le sedici, ha ricevuto il pittore Édouard Georges Mac Avoy cui ha detto di essere sulla lista nera degli avvoltoi che avrebbero scarnificato di infamie la sua vita, riferimento multiplo a chi intinge il pennino nel vetriolo, come il giornalista Roger Peyrefitte che aveva creduto amico, “quel” Peyrefitte che accusò papa Paolo VI di avere un amante, l’attore Paolo Carlini.
Sin qui, l’ultimo monumento della letteratura francese, brilla al Sole, luccica sotto la pioggia, rischiara la notte. Ma, dove c’è luce, lì è ombra che ha un tempo e uno spazio: i quattro anni di occupazione. La Wermacht del generale prussiano Heinz Guderian ha schiantato l’Armée, la Grösser Mercedes di Hitler è parcheggiata sotto la Tour Eiffel. Resistere o abbozzare o convivere e faire part di chi – è solo un esempio – rastrellerà gli ebrei al Vélodrome?

In sequenza. Montherlant è a Marsiglia alla firma dell’armistizio. Equinozio di Settembre ne ha fatto un antitedesco. Il suo traduttore e amico Bremer è nella capitale e lo convince a rientrare nel maggio del 1941. Lascerà Parigi due volte, nei due anni successivi. Ha pubblicato nel 1939 il quarto volume delle Jeunes Filles e l’episodico Paysage des Olympiques, oltre a due contributi su Le Temps.
Il silenzio sembrerebbe sigillare lo status di intellettuale tradizionalista, emblema dell’orgoglio nazionale, sia che parli sia che taccia.
La Francia prostrata vuole rialzarsi. Non ha esitato a dare della vecchia scimmia a d’Annunzio – autore degli ammirati Fuoco e Notturno – per l’appoggio alla campagna d’Africa di Mussolini. È all’apice della fama. Per Breton, Bernanos, Valéry, Malraux, Gide, Mauriac, se non è il meglio, è il migliore.
Ottobre 1941. Grasset pubblica Solstizio di Giugno. “Risguardi di uno stesso libro”, dirà riferendosi all’Equinozio di Settembre. Misogino, misantropo, individualista, vocato al disprezzo come al divertimento e all’irrisione dei francesi, indifferente a ogni ipotesi di futuro, pedagogico nell’indicare una reazione, ciascuno come potrà, alla situazione in atto e in fatto, anche nella condivisa vergogna del sapersi in ginocchio. L’arma dell’insolenza, la forza dei pensieri che aiutano a resistere. Vincitori nel 1918, sconfitti vent’anni dopo, nell’alternanza della storia.
La guerra non è stata preparata dalla Terza Repubblica dei Daladier, Blum, Chautemps e dunque…Nessuna sorpresa se la pragmatica convivenza con la repubblica-ostaggio di Pétain è stata esternata in conferenza a Lione!
Aristocratico, certo non simpatizzante della democrazia, alter-ego del suo personaggio Costals, sparge le mépris per “quella” Francia che ha tradito il popolo, i morti, le madri, le vedove, gli orfani e il suo esercito, in cui vede lo stigma sanguinante di un’armata cristiana. La deriva è nel senso unico dell’ordine, della rifondazione etica e morale. La libertà di espressione vada a chi la merita, non ai gazzettieri né ai carbonari della sedicente cultura. Lo specchio riflette demoni di rinascita laica, di azione e di morte, di olimpico paganesimo.
Jean Paul Sartre – non da solo – parlerà della componente femminile di Montherlant (!) attirata dal maschio alfa di quegli anni, il soldato tedesco vincitore. No comment.
La profezia sull’etero percezione di ciò che comunque verrà, è una cambiale in bianco, come se il conflitto e la resa dei conti, fossero finiti. La sua firma su La Gerbe, Paris-Soir, Le Matin, Aujourd’hui…
La boa del non ritorno. Collaboratore? Clown della nostra miseria, scrive di lui Loys Masson su una testata marsigliese. Montherlant ci scuserà di essere spesso agli antipodi di dove lui si trova, sottolinea Louis Chéronnet sul Figaro. Come un titolo hitchcockiano, l’ombra del dubbio si allunga. L’esito della guerra, dopo l’assedio di Stalingrado, è segnato, l’attualità è una collana di sconfitte per Germania, Italia e Sol Levante. L’amico Bremer è morto sul fronte russo.
Scrive la pièce teatrale La reine morte. Maurice Maeterlink, autore del melodramma Pelléas et Mélisande – musica di Claude Debussy – scrive: È un’opera che da sola, dà senso a un’intera vita.
Le fughe in avanti di Montherlant, che sostiene finanziariamente la Croce Rossa, sono finite. Nel febbraio 1943, chiude la collaborazione con La Gerbe e Aujourd’hui. L’Europa deve trovare in sé risorse sufficienti ad adeguarsi a qualsiasi civilizzazione si prepari, che venga dal mare o dal continente. La Gestapo perquisisce la sua casa all’alba, lo interroga, lo rilascia. Da mesi, è pedinato, linea telefonica e corrispondenza sono intercettati. Ultimi fuochi del conflitto. Brassilach è stato fucilato. Céline è nell’allucinazione di Sigmaringen. La Liberazione è qui e ora e chi deve pagare, pagherà. Peut être.
Il Comitato Nazionale degli Scrittori Francesi ha aggiunto il suo nome alla lista nera. All’accusa di aver “simpatizzato” con i nazisti e con Pétain, risponde con una memoria difensiva che per trent’anni sarà a conoscenza di pochi, fino alla pubblicazione di Gallimard.
Excusatio non petita? Deuxième Bureau, Haute Court, Chambre Civique setacciano ogni giorno della sua vita durante l’occupazione e non trovano fatti o omissioni che siano suscettibili di essere oggetto di capi d’imputazione. Ma la Commission d’épuration des écrivains interdice per un anno ogni pubblicazione.
Con l’indifferenza non morirò vinto.
Montherlant non cambia vita, non cambia casa, non cambia frequentazioni.
Pubblica tre romanzi di alto livello, Il caos e la notte, La rosa di sabbia, Un assassino è il mio maestro. Nei Carnet, La Marée du soir. In saggistica, Textes sous une occupation; Le Treizième César; La Tragédie sans masque. Il racconto Un voyageur solitaire est un diable. Per il teatro, Malatesta; Le Maître de Santiago; Demain fera jour; Celles qu’on prend dans ses bras; La Ville dont le prince est un enfant; Port Royal,; Brocéliande; La mort qui fait le trottoir (Don Juan); Le Cardinal d’Espagne; La Guerre Civile. La metà della metà basterebbe per una grande carriera.
In Italia, Montherlant è pubblicato da editori di nicchia. Esemplare è il caso del magnifico Le ragazze da marito, che comprendeva Pitié pour les femmes del 1936, Le Démon du bien del 1937 e Les Lépreuses del 1939, pubblicato da Mondadori nel 1958 con l’eccellente traduzione di Cipriani Fagioli. Internet rimanda a un noto logo che ha stampato solo il primo titolo, come se la tetralogia – una bandiera anticonformista che Simone de Beauvoir si affrettò a definire una cafonata perché Costals è un tombeur de femmes – fosse limitata al primo volume.
Non c’è riuscito, l’amico Henry Matisse, pur con la sua drammatica linea continua.
Il punto dove inizia la traccia è invisibile; l’occhio sinistro chiaro e il sopracciglio arcuato, il naso dantesco, le narici sottili, la bocca socchiusa senza labbra.
Né orecchie né capelli. È lo sbozzo di un minimalista busto marmoreo dell’antica Roma, giusto per l’appartamento di Quai Voltaire 25, nel settimo arrondissement.
Vicini di casa, il Musée d’Orsay e, oltre la Seine, il Louvre. È il ritratto sfuggito di mano del caro povero Schiavo, destinatario glorificato dal talento.
L’illustrazione della copertina di Pasiphaé –seconda pièce teatrale di Montherlant-, ha la firma del maestro del modernismo classico ma, come i disegni in stato di grazia, è l’invisibile in un’altra declinazione dell’arte.
Pasiphaé, madre di Arianna, Fedra e del Minotauro, moglie di Minosse. Quasi una foto di famiglia.

Henry de Montherlant, scrittore e commediografo, nobile di nascita, volontario all’inferno della Grande Guerra – da passacarte scelse la trincea – ferito e decorato, viaggiatore genetico del suo sangre catalano, toreador rifiutato dall’altra amica, la morte, carta e penna già da ragazzino che legge Quo Vadis di Sienkiewicz e decide che il suo spazio temporale ha l’acronimo SPQR. Libri di Seneca, Plutarco, Ovidio, Marco Aurelio.
È il fittone dell’adulto che, con la penna, avrà pochi au pair, frutto proibito per il milieu intellettuale francese che tutto ha fatto pur di attaccargli una targa sul retro della giacca di tweed, nella compulsione dei buoni di qua e i cattivi di là, per decidere chi si e chi no.
Entre nous, era ed è di un altro tempo. Ma guai a essere fuori dal coro! Lo diceva Cristina Campo di Arturo Benedetti Michelangeli, a proposito di come eseguiva la Ciaccona di Bach-Busoni, “nell’odio invincibile che lo circonda”.
Quando non sapete quale strada prendere, scegliete la più dolorosa.
Nihil e Nietzsche. Siamo là dove è la nostra tragedia.
Lui, Montherlant, scrive nel 1961 all’amico saggista piemontese Luigi Bàccolo, di essere al centro di una sistematica iniziativa di annullamento, ben oltre la relativa zona d’ombra dei quattro anni di occupazione tedesca. Da classico, da non engagé, da non empatico, da isolato, da tranchant, da categorico, da chi si crede di essere per interporre un invalicabile diaframma tra il sé e l’attuale, fatto dalle nouvelles del bello e cattivo tempo. Dall’editoria al cinema al controllo della televisione, dalla direzione dei musei allo sbriciolarsi del linguaggio, nell’adesione al vuoto silenzio e all’assurdo sul palcoscenico, nell’essai criptico e involuto, stampa e critica compiacenti.
La sua scrittura sovranamente densa, elegante, profonda. Altroché nouvelle.
Come se la Comtesse d’Haussonville di Ingres fosse un esercizio di stile, il vecchio dipinto di una lontana zia da Arsenico e Vecchi Merletti. O gli iris di Fantin-Latour nelle ultime ore del giorno.
I suoi “fiancheggiatori” corrono l’alea di scriverne imitandone lo stile e soffermandosi su curiosità del tipo non aveva la patente, in casa non c’era il televisore. I detrattori si affannano più sulla non domestica personalità, sulla congenita insofferenza asociale, sul suo essere sempre stato avverso come una sfinge nemica di ogni sommovimento, che non sulla sua opera.

Montherlant ha scritto molto ma ben di più è stato detto dopo il settembre 1972, il capolinea dell’uomo ormai anziano, ormai quasi cieco, ormai dissezionato sul tavolo della morgue di un migliaio -almeno! – di contributi in parte equiparabili alle correnti d’aria tra finestre aperte e in parte no, perché corretti.
Lui, membro malgré soi dell’Académie Française senza averlo chiesto, senza aver infilato le antiche spalle d’atleta nell’Habit Vert del protocollo, il non accademico, apologo stoico della solitudine come dei valori cristiani vissuti anche se non si crede. Nulla su cui trovarsi d’accordo, neppure sul percepirsi nel tempo di mezzo, nel “cosa” farne né di “cosa” fare di sé stessi.
Non avere che amici è un obbligo da commercianti. Raccogliere nemici è un’occupazione da aristocratici.
Prima e dopo è il nulla; vivere è il frattempo in cui essere felici può rappresentare un dovere. La vita è il divino, alternanza di piacere e di astensione, come la notte e il giorno di un Michelangelo mediceo. Sistole e diastole sono il codice sorgente di ogni esistenza; un fremito unisono, prima del buio senza ritorno.
Il decalogo della Lettera al figlio dice tutto. Le virtù che devi coltivare sono anzitutto il coraggio, il senso civico, la fierezza, la drittura, il disprezzo, il disinteresse, la grazia, la gratitudine, e, in termini generici, tutto ciò che intendiamo come generosità.[…] Il disinteresse ti eleva dal volgare. Il disprezzo comprende la stima.
Il coraggio del solitario che non soffre la solitudine del solista.
L’orchestra attende l’assolo del primo violino augurandosi che prenda una stecca. Aspetti pure, il consorzio umano, virus batteri e globuli bianchi sono gli elementi della convivenza tossica in cui tutti sono Mitridate, cavalli meccanici di una giostrina, un salto in avanti un salto indietro, girano in tondo restando fermi. L’immagine è di Montherlant.
Tutti fanno la medesima cosa in un identico contesto. Li si direbbe marionette mosse dagli stessi fili.
Non era da passeggiata al Père Lachaise né da raccolta nell’Épitaphier. Senza fiori, funerale, lapide o tomba di famiglia.
Si era interrogato sulla liceità spirituale del togliersi la vita. Si è risposto con una capsula di cianuro rotta tra i denti, un colpo di pistola alla gola, tre lettere sul tavolino e le istruzioni al suo erede e figlio naturale Jean-Claude Barat. Un luogo nel “suo” luogo, Roma, dove svuotare l’urna sottovento al ponentino perché disperda tra i secoli di pietra l’alchemico risultato della pira: Tevere, Tempio di Portuno e Isola Tiberina.
Il resto è fumo.
Ai bimbi, si raccomanda sempre di non mentire. Agli adulti, mai.
Ha scelto il giorno e l’ora, come aveva fatto per Il Solstizio Di Giugno, romanzo e cuore tremulo della Parigi occupata il 14 giugno 1940: 21 settembre 1972, equinozio, luce e oscurità hanno lo stesso peso sui piatti della bilancia. È Giano Bifronte.
Ha dettato lettere alla segretaria mademoiselle Cottet, ha chiesto a Barat di essere da lui nel pomeriggio all’ora finale, le sedici, ha ricevuto il pittore Édouard Georges Mac Avoy cui ha detto di essere sulla lista nera degli avvoltoi che avrebbero scarnificato di infamie la sua vita, riferimento multiplo a chi intinge il pennino nel vetriolo, come il giornalista Roger Peyrefitte che aveva creduto amico, “quel” Peyrefitte che accusò papa Paolo VI di avere un amante, l’attore Paolo Carlini.
Sin qui, l’ultimo monumento della letteratura francese, brilla al Sole, luccica sotto la pioggia, rischiara la notte. Ma, dove c’è luce, lì è ombra che ha un tempo e uno spazio: i quattro anni di occupazione. La Wermacht del generale prussiano Heinz Guderian ha schiantato l’Armée, la Grösser Mercedes di Hitler è parcheggiata sotto la Tour Eiffel. Resistere o abbozzare o convivere e faire part di chi – è solo un esempio – rastrellerà gli ebrei al Vélodrome?

In sequenza. Montherlant è a Marsiglia alla firma dell’armistizio. Equinozio di Settembre ne ha fatto un antitedesco. Il suo traduttore e amico Bremer è nella capitale e lo convince a rientrare nel maggio del 1941. Lascerà Parigi due volte, nei due anni successivi. Ha pubblicato nel 1939 il quarto volume delle Jeunes Filles e l’episodico Paysage des Olympiques, oltre a due contributi su Le Temps.
Il silenzio sembrerebbe sigillare lo status di intellettuale tradizionalista, emblema dell’orgoglio nazionale, sia che parli sia che taccia.
La Francia prostrata vuole rialzarsi. Non ha esitato a dare della vecchia scimmia a d’Annunzio – autore degli ammirati Fuoco e Notturno – per l’appoggio alla campagna d’Africa di Mussolini. È all’apice della fama. Per Breton, Bernanos, Valéry, Malraux, Gide, Mauriac, se non è il meglio, è il migliore.
Ottobre 1941. Grasset pubblica Solstizio di Giugno. “Risguardi di uno stesso libro”, dirà riferendosi all’Equinozio di Settembre. Misogino, misantropo, individualista, vocato al disprezzo come al divertimento e all’irrisione dei francesi, indifferente a ogni ipotesi di futuro, pedagogico nell’indicare una reazione, ciascuno come potrà, alla situazione in atto e in fatto, anche nella condivisa vergogna del sapersi in ginocchio. L’arma dell’insolenza, la forza dei pensieri che aiutano a resistere. Vincitori nel 1918, sconfitti vent’anni dopo, nell’alternanza della storia.
La guerra non è stata preparata dalla Terza Repubblica dei Daladier, Blum, Chautemps e dunque…Nessuna sorpresa se la pragmatica convivenza con la repubblica-ostaggio di Pétain è stata esternata in conferenza a Lione!
Aristocratico, certo non simpatizzante della democrazia, alter-ego del suo personaggio Costals, sparge le mépris per “quella” Francia che ha tradito il popolo, i morti, le madri, le vedove, gli orfani e il suo esercito, in cui vede lo stigma sanguinante di un’armata cristiana. La deriva è nel senso unico dell’ordine, della rifondazione etica e morale. La libertà di espressione vada a chi la merita, non ai gazzettieri né ai carbonari della sedicente cultura. Lo specchio riflette demoni di rinascita laica, di azione e di morte, di olimpico paganesimo.
Jean Paul Sartre – non da solo – parlerà della componente femminile di Montherlant (!) attirata dal maschio alfa di quegli anni, il soldato tedesco vincitore. No comment.
La profezia sull’etero percezione di ciò che comunque verrà, è una cambiale in bianco, come se il conflitto e la resa dei conti, fossero finiti. La sua firma su La Gerbe, Paris-Soir, Le Matin, Aujourd’hui…
La boa del non ritorno. Collaboratore? Clown della nostra miseria, scrive di lui Loys Masson su una testata marsigliese. Montherlant ci scuserà di essere spesso agli antipodi di dove lui si trova, sottolinea Louis Chéronnet sul Figaro. Come un titolo hitchcockiano, l’ombra del dubbio si allunga. L’esito della guerra, dopo l’assedio di Stalingrado, è segnato, l’attualità è una collana di sconfitte per Germania, Italia e Sol Levante. L’amico Bremer è morto sul fronte russo.
Scrive la pièce teatrale La reine morte. Maurice Maeterlink, autore del melodramma Pelléas et Mélisande – musica di Claude Debussy – scrive: È un’opera che da sola, dà senso a un’intera vita.
Le fughe in avanti di Montherlant, che sostiene finanziariamente la Croce Rossa, sono finite. Nel febbraio 1943, chiude la collaborazione con La Gerbe e Aujourd’hui. L’Europa deve trovare in sé risorse sufficienti ad adeguarsi a qualsiasi civilizzazione si prepari, che venga dal mare o dal continente. La Gestapo perquisisce la sua casa all’alba, lo interroga, lo rilascia. Da mesi, è pedinato, linea telefonica e corrispondenza sono intercettati. Ultimi fuochi del conflitto. Brassilach è stato fucilato. Céline è nell’allucinazione di Sigmaringen. La Liberazione è qui e ora e chi deve pagare, pagherà. Peut être.
Il Comitato Nazionale degli Scrittori Francesi ha aggiunto il suo nome alla lista nera. All’accusa di aver “simpatizzato” con i nazisti e con Pétain, risponde con una memoria difensiva che per trent’anni sarà a conoscenza di pochi, fino alla pubblicazione di Gallimard.
Excusatio non petita? Deuxième Bureau, Haute Court, Chambre Civique setacciano ogni giorno della sua vita durante l’occupazione e non trovano fatti o omissioni che siano suscettibili di essere oggetto di capi d’imputazione. Ma la Commission d’épuration des écrivains interdice per un anno ogni pubblicazione.
Con l’indifferenza non morirò vinto.
Montherlant non cambia vita, non cambia casa, non cambia frequentazioni.
Pubblica tre romanzi di alto livello, Il caos e la notte, La rosa di sabbia, Un assassino è il mio maestro. Nei Carnet, La Marée du soir. In saggistica, Textes sous une occupation; Le Treizième César; La Tragédie sans masque. Il racconto Un voyageur solitaire est un diable. Per il teatro, Malatesta; Le Maître de Santiago; Demain fera jour; Celles qu’on prend dans ses bras; La Ville dont le prince est un enfant; Port Royal,; Brocéliande; La mort qui fait le trottoir (Don Juan); Le Cardinal d’Espagne; La Guerre Civile. La metà della metà basterebbe per una grande carriera.
In Italia, Montherlant è pubblicato da editori di nicchia. Esemplare è il caso del magnifico Le ragazze da marito, che comprendeva Pitié pour les femmes del 1936, Le Démon du bien del 1937 e Les Lépreuses del 1939, pubblicato da Mondadori nel 1958 con l’eccellente traduzione di Cipriani Fagioli. Internet rimanda a un noto logo che ha stampato solo il primo titolo, come se la tetralogia – una bandiera anticonformista che Simone de Beauvoir si affrettò a definire una cafonata perché Costals è un tombeur de femmes – fosse limitata al primo volume.