Il capolavoro di Flaubert e la colpevole ossessione per la felicità
Una frase di Flaubert, nelle pagine finali di Madame Bovary, sigilla l’empreinte di Emma sul marito Charles, al contempo sigillo di ceralacca e bagliore fatuo, bollo d’infamia sull’egoismo della velleità sentimentale, per la quale il medico condotto era colpevole di essere perbene, quotidiano, prevedibile, noioso.
Madame non aveva immaginato un’esistenza di valori alti ma aveva fantasticato di una vita fiabesca, comunque a lieto fine e poi d’un’altra e d’un’altra ancora, come le bambole russe di scorza di betulla, una dentro l’altra, certa di essere comunque a credito di ipotesi nei toni pastellati, fuori fuoco ma da concretizzare, all’altezza del sogno a occhi aperti che si sarebbe rivelato un cauchemar.
Tutto era andato perduto, in primis la dignità.
Una manciata di arsenico, l’agonia, la disperazione di Charles, la paura della piccola Berthe, portata al capezzale dell’allucinata moribonda, che avrebbe dovuto ricordarsi per tempo di aver dato alla luce un’innocente.
Il prete, il farmacista, l’oscurità tremula. Le parole antiche del sacerdote al tronfio illuminista, scivolati insieme in una veglia ai confini del sonno, il desolato oggi senza domani del medico di campagna, caduto nell’orrido della rovina.
Lei che non aveva rivelato quale veleno la stesse uccidendo, affinché non le fosse somministrato un antidoto.
Chiusa in tre bare, sotto due metri di terra e sassi, Emma ancora corrompeva il marito dalla tomba. La frase è questa. Flaubert affossa la protagonista. La colpa, inespiabile, non è solo terrena.
Una sentenza senza appello, condivisibile ma altrettanto “no”. Se Emma avesse raccontato il suo tonfo esistenziale ai magistrati in pensione del romanzo La Panne di Dürrenmatt, il giudice Zorn, scapolo compiaciuto di esserlo, avrebbe confezionato per lei un’arringa altrettanto articolata su principi logici, di quella che condannava a morte per squallore morale il faccendiere esportatore di valuta?
O avrebbe considerato che causa ed effetto, pathos, angoscia, esaltazione, movente, azione ed omissione non sono dimostrabili come una scienza esatta per la contraddittorietà del pensiero e quindi del comportamento? E avrebbe soppesato la grevità del vivere in uno di quei paesotti della Francia rurale dove tutti sanno di tutti e su quanto non conoscono, ecco e subito attivarsi la maldicenza, la delegittimazione, la ferocia?
Né ricca né povera, orfana di madre, amata dal padre piccolo possidente, figlia unica dopo la morte del fratello, studentessa in un collegio religioso, lettrice di romanzi di intuibile, sospirosa stucchevolezza, più bella che carina… Diventerà madame Bovary sposando un vedovo triste.
Bovarismo. Effetto di un morbo epidemico che alligna ovunque. Non esistono vaccini.
Il Dizionario Treccani lo definisce insoddisfazione spirituale; tendenza psicologica a costruirsi una personalità fittizia, a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale; desiderio smanioso di evasione dalla realtà, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche e simili.
Il termine è stato coniato dal più caro amico di Flaubert, lo scrittore ex studente di Medicina Louis de Bouilhet (1822 -1869), dedicatario del romanzo e, di fatto, suo ispiratore. È al Cimetière Municipal de Rouen, a fianco dei Flaubert.
Il 20 luglio 1869, Flaubert scrive: Devo annunciare la morte del mio povero Bouilhet. Ho seppellito una parte di me stesso, un vecchio amico la cui perdita è irreparabile. Ho sepolto l’altro ieri la mia coscienza letteraria, il mio giudizio, la mia bussola, senza contare il resto!
Tredici anni prima, nel 1856, il romanzo Madame Bovary era uscito in feuilleton sulla Revue de Paris, dopo il rifiuto della Revue des Deux Mondes.
L’antefatto. De Bouilhet era ancora uno studente di Medicina e il padre di Flaubert, Achille-Cléophas, primario dell’ospedale Hotel-Dieu di Rouen. Ancora perché avrebbe abbandonato con relativo successo Esculapio per la penna d’oca.
La vicenda narrata dal romanzo è identica a quella di Delphine Delamare (1822-1848), bella e suicida dopo aver rovinato sé stessa e il marito Eugène, medico come Charles Bovary. Non c’è discrezione che regga più di poche ore e lo scandalo, corre. Debiti, tradimenti, menzogne.
I nomi: il possidente Louis Campion, frequentatore di crapule e donnine diventa Rodolphe Boulanger (Rodolfo Panettiere), seduttore dell’inesperta ma volonterosa sposina. Affida a una lettera nascosta in un cesto di albicocche l’addio a Emma, alla vigilia della fuga, più volte promessa e mai preparata. Nel mentre, si è prodotto in erotismi ginnici senza coinvolgimenti di sorta.
Il praticante dello studio notarile, secondo amante di Emma, all’anagrafe Narcisse Boilet – Léon Dupuis nella fedelissima finzione letteraria – non ha cuore di ipotecare il futuro con una donna coniugata e madre. Sposerà un’educata e “dotata” signorina di buona famiglia.
Nell’intermezzo delle solitudini desolate, si coagulano i pentimenti fino a prova contraria, l’essere diligente, economa nel senso che il credito vantato dal commerciante – sanguisuga Lheureux (il felice, senza apostrofo!) è ancora sopportabile e procrastinabile. Affettuosa, all’apparenza paga di ciò che ha e di quel che è in un masochistico autoinganno a orologeria.
Eugène muore un anno dopo Delphine e Charles un anno dopo Emma. Un ciclostile.
Febbraio 1857. Flaubert, lo stampatore e il direttore della testata finiscono sul parquet per oltraggio alla morale pubblica e religiosa e ai buoni costumi.
Critiche borghesi per il realismo volgare e spesso choccante della descrizione dei caratteri, pruriti di voyerismo, anatemi di prevosti dall’alto del pulpito, letture clandestine. Finiscono tutti assolti e il romanzo va a ruba.

Dunque, i fatti certi sarebbero stati in sé un romanzo di probabile successo se Flaubert non ne avesse tratto un capolavoro: la lettura di un’anima in ogni suo fremito. La neogotica chiusa delle vicende in vita e post mortem di Delphine comprende il furto della pietra tombale; è ormai fine secolo, quando un turbato necro-feticista americano commissiona a una guardia campestre il trafugamento della pietra dal camposanto, ora scomparso, del paese di Ry.
È ammesso non concordare con André Gide, Nobel per la Letteratura 1947, rouennese da parte di madre? Se l’opera tutta di Flaubert fosse sul piatto della bilancia, la sola corrispondenza, sull’altro, la supererebbe; e se mi fosse permesso di conservare o l’una o l’altra, sceglierei quest’ultima.
Se l’anima gemella di Gide, la cugina Madeleine, non avesse bruciato tutte le lettere dopo il suo coming out, se chiunque avesse potuto violare la dimensione privata di un rapporto profondo, di un dialogo invalicabile, Gide avrebbe fatto la stessa scelta davanti all’oscillazione dei piatti della bilancia?
L’epistolario tra James Joyce e la moglie Nora Barnacle, non di rado assimilabile ai commenti apparsi sui siti recentemente indagati, composto di lettere e biglietti assolutamente personali, riuniti nel volume Le lettere a Nora , aggiunge forse qualcosa all’autore dell’Ulisse, all’Ulisse stesso e agli altri suoi testi? No.
Il riferimento transitivo è al rapporto di Flaubert con Louise Colet, a senso unico, lettere di lui a lei senza reciprocità poiché quelle della donna non sono state ritrovate, diversamente da piccoli feticci d’intimità, come una ciocca di capelli e le ciabattine abbandonate sullo scendiletto, la notte della prima passione.
Altrettanto, è ammesso scansare l’ipotesi che Flaubert abbia attinto a Louise, conosciuta nel 1846 nello studio dello scultore svizzero Jean Jacques Pradier, – autore della Ninfa oggi al Museo di Belle Arti di Rouen – per delineare la traiettoria caratteriale ed emotiva di Emma nei dieci anni degli scarsi incontri della relazione, interrotta due volte per un biennio e ripresa più per volontà di lei che non dello scrittore. Adorazione, passione, repulsa, ritorno. E ancora, Louise era sposata a un musicista e aveva per amante un filosofo. Poetessa, frequentatrice di salotti letterari, sarebbe stata, per Flaubert, un pugno di mirra sulla brace.
Ma era un dolente, malinconico solitario che soffriva la solitudine, soggetto a crisi di apoplessia – l’ultima lo ucciderà – che non aveva dimenticato Élise Schlésinger, di tredici anni più grande, moglie dell’editore musicale Maurice, ispiratrice delle Mémoires du foeu (1838), di Novembre (1842) e della prima Éducation Sentimentale (1845), apparendo nella seconda come Marie Arnoux. Morirà, anziana, in un manicomio.
Flaubert, segnato dalla morte del padre e della sorella nel 1848, era un insofferente che cercava pace nel silenzio di una grande casa a Croisset, con vista sul fiume, accudito da una domestica, allarmato per la madre – scomparirà nel 1872 – e per una nipote orfana. Le morti di Jules de Goncourt e di George Sand, già amante di Chopin… No alle visite a sorpresa; erano ammessi solo gli amici più stretti. Louise fu rifiutata più volte dall’ansioso amante, pencolante tra desiderio e rifiuto.
Cinque anni per scrivere il capolavoro. Emma vive e muore di vita e morte proprie nella grande casa sul fiume, siede al pianoforte Pleyel a mezza coda e arrossisce al primo accordo incerto. Emma è luogo e tempo e silenzio. Flaubert è malato.
Guy de Maupassant lo trova sul divano, allungato nel grande sonno che non ha ritorno. L’incredulità.
È l’11 maggio 1880. Théodore de Banville, François Coppée, Alphonse Daudet, Émile Zola, Catulle Mendès, Ernest d’Hervilly, d’Osmoy, Huysmans, Paul Alexis, Bergerat, de Goncourt sono arrivati da Parigi con i cronisti. Zola è sbalordito dalla scarsa partecipazione popolare alle esequie. Il mondo, l’Europa, la Francia, la Normandia e Rouen hanno perduta una delle voci assolute della letteratura, l’ufficiale di rotta della circumnavigazione intorno all’animo umano è morto e gliene importa assai poco. Barrabé, sindaco di Rouen e l’intero consiglio comunale di Croisset. E basta. Si chiede, Zola, dove siano le librerie, la biblioteca municipale, gli studenti delle scuole superiori e gli universitari e i professori e la borghesia e i commercianti e i capitani d’industria… Com’è possibile l’indifferenza? Come è possibile tanta irriconoscenza?
Un vetturino si vanta di essere amico della famiglia Flaubert. Il morto è il fratello del grande chirurgo. Gli chiedono se conosca la sorella Salammbo. Certamente. Immagino quanto stia soffrendo.
Il feretro, ancora, non è sceso nella tomba. La fossa è corta, la bara penzola a testa in giù e la gente se ne va.
C’est la vie.