Il romanzo incompreso dall’establishment culturale americano e inglese.
Achab e il capodoglio albino: chi dà la caccia a chi.
Lascio una scia bianca e inquieta, acque
pallide, facce più pallide, dovunque passo.
Le onde invidiose si gonfiano ai lati per
sommergere la mia traccia: facciano, ma
prima io passo.
Herman Melville, Moby Dick o la balena, incipit del capitolo XXX
Lo strano caso del romanzo Moby-Dick e del suo autore, l’americano Herman Melville, ha una gittata lunga: 1851-1927. Il mondo è cambiato più volte, tra la pubblicazione e la lettera che William Faulkner, Nobel per la Letteratura nel 1949, scrisse il 6 luglio al Chicago Tribune: […] Penso che il libro che ho riposto con il pensiero assoluto “Vorrei averlo scritto io”, sia Moby-Dick.

Il tempo sarà anche galantuomo ma capita che firmi cambiali che resteranno insolute, come è stato per Melville e il suo capolavoro.
È legittimo chiedersi quali siano stati, nel multi-generazionale frattempo, approccio, comprensione, aspettativa e prospettiva dei critici letterari.
Mano sul fuoco: la maggioranza lo aveva cassato per non essere da meno dei recensori che avevano storto la bocca al primo assaggio di un testo tanto potente, realista, crudo, animista, metafisico, non catalogabile e nuovo.
Moby-Dick era altro e non una storia di naufragi e marinai di baleniere che non sono tornati a casa.
Chi, tra i “letterati”, era salito a bordo del microcosmo di ramponieri e fiocinatori e rematori, per condividere la suggestione dei riti scaramantici, il timore dei presagi, la speranza delle preghiere, per essere grani di sabbia nella strozzatura della clessidra e linea di fede sulla rosa della bussola, ritmati dai canti dell’issare le vele e del muovere gli argani?
Chi aveva intravvisto la sagoma di Moby-Dick sotto la chiglia del Pequod, immobile ad ascoltare il capitano Achab bofonchiare di mostri e maschere di cartapesta e strascicare la protesi alla gamba che gli aveva strappato e vagare oltre i bordi delle carte nautiche chiazzate di tabacco e da schizzi di rum, per navigare nella solitudine – è la condizione di chi va per mare, sempre – e chiedersi chi, davvero, desse la caccia a chi. Non Achab al capodoglio albino ma questi all’uomo, ai suoi inganni sulla vita e su Dio, per la vendetta dell’inconscio sulla ragione, bianco e immane fantasma, leviatano delle paure ancestrali.
L’effrazione dei codici sociali, le partizioni abbattute. Era troppo.
Qualcuno di loro ha alzato la mano? Macché. Erano tutti o quasi navigatori da salotto, lettori-catalogatori di stretta ragione e non di passione e lo sarebbero restati per anni, anche dopo la lettera di Faulkner.
Il critico letterario Piero Gadda, più volte giurato alla Mostra Internazionale di Venezia, scrive di Melville alla voce Moby Dick del Dizionario Letterario delle Opere e dei Personaggi (Bompiani 1955!): “ […] La sua fantasia dà spesso nel barocco e la passione delle antitesi lo conduce allora in una atmosfera apocalittica dove ritroviamo con stupore, in questo selvatico americano, accenti degni del peggior Victor Hugo”.
Gadda, nipote di Carlo Emilio, bolla il Barocco come orpello e addita a summa del peggio, Victor Hugo. Selvatico americano. È difficile non assimilarlo al preside Norman Lloyd dell’Attimo Fuggente, quando tenta di spiegare agli studenti quel che è poesia e quello che non lo è. Secondo lui. Transit.
Non fa di meglio il noto cattedratico Ludwig Lewisohn, autore di trentuno libri di saggistica, critica letteraria e Storia: “No! Melville non è neanche un genio secondario. Le sue opere sono soltanto una delle curiosità importanti della letteratura”. Bontà sua.
Moby-Dick sarebbe dunque un romanzo velleitario, confuso e raffazzonato, poco più e poco meno del resoconto di una caccia alla balena, finita, appunto, come altre: velieri affondati, equipaggi perduti, vedove e orfani alla fame, industrie fallite.
Nel 2010 l’esploratore inglese Tim Severin, autore del Viaggio del Brendano, mi raccontò di aver trovato in vari diari di bordo di balenieri americani, resoconti di avvistamenti di un capodoglio albino, coevi alla stesura del libro.
L’America non aveva Frankenstein, Dracula né mister Hyde. La natura, e l’incognita della scienza oltre le Colonne d’Ercole, avevano preso forma in un cetaceo.
Herman Melville era, a leggere queste (e altre) recensioni, un volenteroso cronista di mare finito fuori rotta per presunzione, maneggiando materia che non era nelle sue capacità tecniche, comunque in difetto di controllo. Azzardo un aggettivo abusato al punto da assurgere a sostantivo: Melville era un mediocre.
Il 14 novembre 1851, Moby-Dick, edito in America dalla nuovayorchese Harper & Brothers in seicento prudentissime copie, arrivava nelle librerie al prezzo di un dollaro e mezzo. Il contributo redazionale era stato pessimo: errori di copiatura, righe saltate, omissioni. Un centinaio le prenotazioni, un anno di ritardo rispetto all’uscita ipotizzata, querelle tra Melville e l’editore che aveva rifiutato un minimo anticipo poiché i diritti d’autore dei titoli pubblicati non avevano coperto quanto già versato.
È un libro pesante quanto una balena.

Melville sopravviveva a credito degli amici nella sua casa di Arrowhead, a Pittsfield, suggestiva di autunnali foliage quanto di steccati sociali e di superstizioni.
La speranza di mantenere la famiglia con i proventi della scrittura era svaporata, irretendo l’animo già inquieto, da circumnavigatore esistenziale alla ricerca dell’ultimo mare da esplorare e dell’ultimo capo da doppiare. Il proteiforme linguaggio percorso tra teologia, filosofia, tragedia, romanzo gotico, fermentava e sgorgava in una concatenazione di vissuto percepito come fallimento.
A diciannove anni, la traversata in Europa che aveva partorito Redburn.
Poi, l’imbarco sulla baleniera Acushnet nel primo contatto con il microcosmo che trasporrà sul Pequod di Achab. L’eco amplificata dell’altalenante talento di Fenimore Cooper, benestante romanziere di successo, lo aveva stimolato a non mollare.
Typee e Omoo, Mardi e Blusa Bianca erano stati il “prima” della sua anima inquieta.
Il romanzo della vita, Moby-Dick, prendeva forma nel pathos controllato solo dalla scrittura, l’esorcismo per un’altra percezione, extrasensoriale.
Nathaniel Hawthorne, autore della Lettera Scarlatta e La Casa dei Sette Abbaini, pietre angolari della letteratura americana, aveva messo sull’avviso i pruriginosi maldicenti. Che libro ha scritto Melville! Ma non bastò.
Il Massachusetts era puritano e perbenista, di qua il bene, di là il male, l’uomo è creatura di Dio e la natura va asservita alla razza umana. Copernico, chi era costui?
Terra difficile, con i pellerossa Algonchini da tenere a bada e il macigno dei processi di Salem – cui partecipò un antenato di Hawthorne – che bruciarono migliaia di donne, bambine e ottuagenarie comprese, accusate di stregoneria, vittime di vendette e, se vedove o nubili, condannate per derubarle delle proprietà. Una denuncia anonima appiccava il fuoco alla pira.
Washington Irving e i suoi racconti erano accordati allo spirito del tempo, in Massachusetts; nelle notti brumose, il cavaliere senza testa decapitava viziosi e corrotti. Ancora, a incupire l’orizzonte, la querelle con i francesi che rifornivano gli Irochesi di moschetti e alcol, aizzandoli ad attaccare i coloni britannici.
Al declinare del 1851, il romanzo arrivava nelle vetrine londinesi. Melville lo aveva proposto in corso d’opera – giugno 1850 – al suo editore inglese Richard Bentley, impegnandosi a completarlo entro la fine dell’anno. Ma il romanzo è una creatura che ha una lunga gestazione. Quella del capodoglio è di 15-16 mesi…
Il sincretismo letterario, dal Bardo ai testi sacri, la drammatica sequenza degli eventi, la trasversale, complessa simbologia, il formidabile sbozzo della figura del capitano Achab, ne avevano dilatato la stesura.
Il 18 ottobre, ecco dunque The Whale in un’edizione in tre volumi di sole cinquecento copie, mutilate dell’epilogo, del venticinquesimo capitolo e modificate arbitrariamente laddove il testo era stato ritenuto crudo e/o non opportuno, come nella descrizione dell’utilizzo da parte dei reali dell’olio di capodoglio per rinvigorire i capelli. Erano state tagliate non meno di duemila parole, tra le quali tutti i God e i damn, frasi come great democratic God avevano perduto il democratic in ossequio alla monarchia. Sembrava non crederci, Bentley: la tiratura era stata ridotta rispetto ai precedenti titoli di Melville.
L’omissione dell’epilogo -probabilmente perduto – con la fuga di Ismaele, indusse i recensori inglesi a una lettura in prima persona. Ma se tutti muoiono, chi è il narratore? L’autore deve sapere tutto; altrimenti, non ha il controllo della storia. E qui, non sa.
In maggioranza, i critici stigmatizzarono un carente controllo della narrazione, capace “anche” di entusiasmare ma segnata da eccessi di stravaganza.
Per il London Literary Gazette and Journal of Science and Art del 6 dicembre, Melville popolava di selvaggi ogni paragrafo del romanzo, per altro a tratti capace di vivide descrizioni.
In patria, le recensioni -una sessantina- avevano la puzza al naso.
Il Daily Mercury di New Bedford lo definì ingombrante e molto simile a un cetaceo. La proprietà della testata e quella della principale industria baleniera erano una sola…L’Hartford Courant scrisse che era confusamente divertente, a cavallo tra saggistica e narrativa e che valeva la fatica della lettura solo come libro d’intrattenimento.
Lo Springfiel Daily lo definì pittoresco, alla buona, senza pretese di alta letteratura.
Allora, un commento di due sole righe, era la regola e, tra tutti, pochi sarebbero stati immuni dall’influenza della stampa inglese, nonostante l’edizione di Harper & Brothers fosse completa dell’epilogo che raccontava al lettore che Ismaele era il solo sopravvissuto.
Il Boston Post del 20 novembre 1851, plagiava la stroncatura del London Athenaeum, senza tema di riportarla pari pari: Abbiamo letto quasi metà di questo libro, e siamo soddisfatti che il London Athenaeum abbia ragione a definirlo “un miscuglio mal composto di romanticismo e pragmatismo”. Ad abundantiam, aggiungeva che non vale i soldi richiesti, né come opera letteraria né come massa di carta stampata. Osservazione: si recensisce un libro letto a metà? L’Athenaeum, a firma di Henry Chorley, aveva sostenuto che un inglese folle, più che cattivo, aveva sfigurato lo stile del racconto, frettolosamente e debolmente concluso.
Il New York North American Miscellany del dicembre 1851 replicava con altre parole la stroncatura dell’Athenaeum.
Il New York Eclectic Magazine si chiedeva perché l’Athenaeum fosse stato così tranchant. L’attacco a The Whale dello Spectator fu ripreso nel New York International Magazine di dicembre.
Il magazine Literary World, definì “irrealistici” i protagonisti e inopportuna la irrispettosa moralizzazione in veste saggistica per ciò che devono essere per la civiltà le associazioni più sacre.
Per contro, il New York Tribune paragonava con favore il libro a Mardi, apprezzandone il realismo. Harper’s – finalmente! – ne apprezzò la capacità allegorica e la proposizione del mistero dell’esistenza.
L’Albionon del 22 novembre commentò con favore il mix di verità e satira.
Lo Spirit of the Times,pubblicò la recensione dell’editore Porter che apprezzava il nuovo romanzo e i precedenti.
Il conservatore Boston Post lo definì una robaccia, un folle affare.
Il National Intelligencer, lo bollò come irriverente e lamentoso.
Melville scrisse poco altro, per trentaquattro anni, Bartleby di sé stesso, ispettore doganale per necessità.
Il figlio primogenito si suicidò a diciassette anni, il secondo, morì a trentacinque.
Le inquietudini, le irrisolutezze, le angosce, si erano incistate fuori di lui, negli affetti profondi.
La morte, nel 1891, prima che terminasse Billy Budd, pubblicato nel 1924.
Harper & Brother aveva stampato meno di cinquemila copie di Moby-Dick. Molte, erano in magazzino, sugli scaffali degli invenduti.
La prima edizione italiana, del tipografo ed editore torinese Frassinelli, è del 1932, ottantuno anni dopo! La traduzione è di Cesare Pavese, basata sull’edizione londinese del 1922 di Constable & Co.
Quiqueg e Ismaele si danno del voi, com’era proprio del ventennio, non sono pochi i refusi e la resa tecnica di molti termini marinari è imprecisa ma chapeau!, il neolaureato piemontese, di certo lo scrittore elettivamente più affine a Melville, confeziona un’opera nell’opera, per chi scrive preferibile alla revisione del 1949, proposta da Mondadori e da Adelphi.
Ad oggi, sono una decina le traduzioni in italiano, alcune affiancate da saggi critici o nel corpus di opere scelte.
