Bauby, la vita in un batter d’occhio

Trent’anni fa, dettava Lo scafandro e la Farfalla aprendo e chiudendo una palpebra

La premonizione. “È morto”. 
Finché non avessi letto i lanci d’agenzia lui sarebbe stato vivo in un “ovunque” da uccello migratore, beduino nel deserto, consigliere del re nel salone degli specchi di Versailles con Vatel che gli illustra il menù. In una cuvée ad assaggiare un Bordeaux, nella Jacuzzi con il Concerto in Re Maggiore di Ravel, al Virage du Portier a Montecarlo. 
Garage, scale, porta scorrevole, reception, corridoio, prima stanza a destra, tastiera, password, Ansa. “È morto Jean Dominique Bauby, il giornalista paralizzato che ha scritto un libro battendo una palpebra”. 

Calendari in un cassetto di un maggio lontano, ventidue anni lui, ventuno io, alla festa dei Gitani, in Camargue.  
Il caos: cavalli, froge tumide e morsi in argento, sudati, nevrili, stivali e cappellacci in processione, Madonne, orchestrine, Danubio, Transilvania, corone di aglio, vampiri eleganti, scaccia malocchio a dieci franchi, cartomanti con i luridi tarocchi e chissà quante tredicesime carte, capelli neri dai riflessi blu, fisarmoniche, tromboni, tamburi, fumi di carne alla brace, spezie, patchouli, maliarde ballerine di dieci anni, chiromanti sulla linea della lunga vita, avrai sette figli maschi e due mogli e non puoi farci nulla perché è già scritto, la prateria del destino è oltre la trincea di denti d’oro, demoni bastonati dagli angeli guerrieri. Miracolo e scaramanzia, danza macabra.

È iniziata con due Pastis, lumache al burro, bruschette d’aglio, Gardienne de taureau, tapenade, Côtes du Rhône…
Convergenze: jazz, Verneuil, Gabin, Nicole Croisille, Ravel, Claude Helffer, Hugo, Gabriel Fauré, i muscolosi stereo americani, gli Epagneul Breton. Chi non è innamorato per sempre di Françoise Hardy, Claudine Auger, Mylène Demongeot, Christine Delaroche? Tornava a Parigi, già scriveva su mensili. Scanbio di indirizzi e numeri di telefono. Succederà!

Cartoline. Venditori di ostriche, brocantes lungo Senna, chiatte cariche di sabbia, fidanzati, Doisneau, gatti addormentati, fiori di Fantin Latour in un vaso di cristallo. Anni e anni.
I suoi articoli dicevano che stava bene. Il lavoro, la dislocazione degli affetti, il jet-lag, il sonno, la sospensione di chi attende: è un credito inesigibile, è la cambiale scoperta. La carriera.
Gli saranno fischiate le orecchie infinite volte, sarà andato e ritornato dal cardiologo temendo l’ipertensione. Ero io che lo pensavo nel suo mondo di riviste patinate, annessi, accessori, scadenze da idiosincrasia, vanità, e lo mettevo in testa ai titoli di coda di un noir, dal quattordicesimo arrondissement dov’è nato, alla provincia sospettosa di Maigret.

Jean Dominique Bauby, Jean Do, era la mia eco di una art de vivre che ho percepito  sua, sceneggiando ad libitum un incontro di poche ore nel diario sempre aggiornato dalla mia immaginazione, tra Parigi e il mondo, caporedattore di una rivista à la page, dopo aver cambiato editori e testate. L’otto dicembre 1995, era con il figlio Teophile su una berlina tedesca che forse avrebbe comprato. 
Il sudore freddo, la nausea, il nero: la fossa spalancata davanti al cofano dell’auto. La tagliola lo ha azzannato in articulo mortis e lo ha trattenuto, penzoloni sull’abisso.
Si è svegliato dopo settimane di coma indotto, nello scafandro dalla Locked-in Syndrome, lucido, muto e, salvi il bulbo oculare, la palpebra sinistra e, parzialmente, la testa, muto e paralizzato.
Nessuna illusione: così era quel gli restava da vivere, così sarebbe stato, così sarebbe morto, non molto in là.

La vita in un desiderio. Cos’altro permaneva, in un tempo così sconvolto, se non il pensiero? Essere il sarcofago di sé stesso e desiderare l’eutanasia? No, il piccione, chiuso nei saloni del Louvre è uscito da una finestrella del sottotetto, sfondata dalla sassata di Gavroche, fino a Paris Notre-Dame 6, sulla flèche, sopra le gargolle.
Vedeva e sentiva, abbastanza perché entrassero nel campo visivo i sorrisi e le boccacce dei figli che lo coccolavano e i rosari di costernazione, le inedite ipotesi, l’incoraggiamento alla speranza di amici e colleghi che arrivavano e se ne andavano. Se fosse sopravvissuto a lungo, forse, avrebbe mosso due dita.
Il cuore pulsava più veloce delle sinusoidi verdi dell’eco cardio: c’era molto da attraversare, vedere e raccontare: doveva andarsene, denudato del corpo, “solo” con la coscienza di esistere.
La logopedista Sandrine Fichou creò la sua voce: i battiti della palpebra, e s a r i n t u l… vocali e consonanti disposte sulla lavagna in ordine di frequenza, il dito che le indica, si e no, ricominciamo una, due cento volte, le prime sillabe prendono forma, respirano, si moltiplicano, le sinapsi formano una parola, più parole sono una frase, je vis, sono vivo.

Jean-Dominique-Bauby
Jean Dominique Bauby e Sandrine Fichou


Ha chiesto che le inservienti non cambiassero canale durante le dirette del campionato di rugby. Entravano in coppia, sceglievano un talk show di recriminazioni tra ex – parteggiavano per la donna ma il giorno dopo chissà – quiz e televendite, spruzzavano disinfettante, aprivano le tende, azzardavano previsioni del tempo, salutavano, chiudevano la porta e replicavano nella stanza successiva. 
È stato accontentato.

Come prendeva appunti per non smarrire il fil rouge, sfumature, concatenazioni, calembour, successioni di odori, colori, movimento, rumori di fondo in cui distinguere voci, ritmi di passi, suoni di motori, nel silenzio della notte? 
La luce attenuata del corridoio si rifletteva ogni due ore nel televisore spento: era l’ispezione di un infermiere nelle camere dei sopravvissuti per un’occhiata agli strumenti, o è vivo o è morto. 
Buio. Sandrine dormiva, lontana, tutto era lontano, anche il naso che prudeva, tutto si mescolava, bolliva e ghiacciava. 
Chi ritirerà Mirèio di Frédéric Mistral dal rilegatore? Un predestinato, con quel cognome turbinoso e gli occhi azzurro Rodano. E lui, cos’era, un predestinato con modalità diverse?
Era tra gli ospiti dello speciale per i cinquant’anni della rivista di cui era caporedattore, un programma sulla bellezza condotto dall’algida, très parisienne Laure Adler, diciassette giorni prima dell’ultimo. Molto entre nous, ça va sans dire, molto gioco di società per il pubblico intellettualizzato, originalmente ovvio, potabile in grazia di qualche intervento intelligente, i suoi. Diciassette giorni dopo, dietro un battito di ciglia, la curva cieca; la verità è l’ineluttabile, la neurologia è impotente, le ore ultime come anni e anni sgranati in una fila di poltroncine numerate al teatro del futuro. Il sipario…
I figli Théophile e Céleste, la voilà la beauté, non il lambiccato tema in televisione; Jean Do è la farfalla nel tempio di Re Salomone a Gerusalemme, è il dono della bilocazione laica, la commozione e l’autoironia sovrana, è la sabbia nella clessidra, è l’alta marea, è luce. 

Ecco il libro, Le scaphandre et le papillon, il miracolo nell’accezione del meraviglioso. La vita come ne La vie et rien d’autre di Bertrand Tavernier. 
Il rien ha cambiato tutto, hic sunt leones. 

Dans le ciel où rien ne luit… Il céliniano canto delle guardie svizzere che attraversa l’inverno e la notte, non è per Jean Dominique Bauby. Il tempo basterà a dettare l’inarrivabile chiusa, j’y vais, ci vado.
Se avesse pianto, l’occhio non avrebbe visto le lenzuola annodate con cui si era calato. Penzolavano dalla finestra, oscillando al vento come il pendolo di una comtoise.
Fuori! Qualcosa da mordere, qualcosa da bere, altro che sondino gastrico. Ha perso ventisei chili in cinque mesi. Gli infermieri hanno tentato e quasi soffocava: la punta di un cucchiaino di yogurt è finita nei bronchi. Dunque, è il tempo di una Saint-Honoré, di dieci choux, di tre bignè…
Dritto come un lampione di Pont Neuf cantando La belle vie insieme a Sacha Distel. I flic lo arresteranno per vagabondaggio. 
L’ultimo battello illuminato sfila davanti a Notre Dame. Le sfacciate luci al neon occhieggiano sulle vetrate colorate. La notte è già profonda anche per lui che non ha sonno. Le brioches lievitano in pasticceria, le baguette dal fornaio, le belle ragazze ancora dormono, guardate a vista dai peluche: perché non infilarsi sotto le coperte ed entrare nel loro sonno profumato? 
La palpebra destra, aperta e immobile, è stata chiusa e cucita per scongiurare danni da esposizione. La palpebra sinistra, umettata con gocce di collirio identiche alle lacrime, batte i tasti della macchina da scrivere. 
È tornato in camera, nessuno l’ha visto. Recuperate le lenzuola ha sintonizzato la tv sul canale sportivo e ha nascosto il telecomando.
Percorrere i duecento quarantaquattro chilometri da Parigi a Berck, richiede più tempo – e un altro tipo di tempo – della circumnavigazione senza scalo della Terra. 
Berck non è questo mondo. È un universo autonomo. 
Ospedali, sanatori, centri di riabilitazione. Alberghi, appartamenti in affitto, bed and breakfast per villeggianti e parenti dei ricoverati. Ristoranti, tavole calde, negozi. Pare che l’abbondanza di iodio faccia miracoli.

Jean Do e i giovanotti dal cranio rasato. Tra i primi capelli della ricrescita, la violacea sutura a cerniera, è il tatuaggio tribale di una gang da banlieue. Caduti in moto, sugli sci, da cavallo, acciaccati dopo un frontale, sulle stampelle, con protesi a braccia e gambe, moncherini, fasciature. Discutono del Paris Saint Germain, di Alain Prost, dei Noir Désir. La Yamaha è migliore della Suzuki, peggiore della Honda o pari alla Kawasaki? Hard rock, chitarristi, wrestling, palestre, integratori. 
Lo sbirciano mentre attraversa la palestra sul lettino. È la polena staccata dalla prua di un veliero in disarmo. Lo credono sordo e cieco, oltreché muto.
Se ne andranno prima o poi, tutti, anche quelli paralizzati alle gambe, a parole certi dell’impossibile recupero, in qualche modo, non importa quale.

Parigi lontana, l’oceano infinito – dove finisce, da questa parte o da quella? – i carri a vela velocissimi, i cervi volanti acchiappano il vento che, se gira giusto, porta sulla terrazza e nelle narici di Jean Do, forse dal chiosco giallo di Rue Marianne Toute Seule, le turbolenze odorose delle patatine fritte. Il gourmand con un occhio solo ha fame, è sottovento e inala più che può le zaffate di olio; assegnerà le tre stelle Michelin al prefabbricato di lamiera, aggiungerà un pizzico di sale e ordinerà una birra.
Ci veniva da bambino, in estate; sapeva che cent’anni prima, Marianne, la vedova della casetta isolata tra le dune, viveva sola dopo aver perso il marito e quattro dei sei figli. La chirurgia plastica degli assessorati all’edilizia ha trasformato in resort l’ospedale di mattoni, ha tracciato reticoli di strade e piste ciclabili e autorizzato la costruzione di condomini e supermercati. 
Il faro a strisce rosse e bianche è ancora l’invalicabile campione della sua équipe di rugby.

Conosco Berck meglio del quartiere dove abito da trentacinque anni. Albergo, tavola calda, passeggiate, bici a noleggio. Ospedali e cliniche, va e vieni di ambulanze. E di furgoni anonimi, neri e metallizzati: è la discrezione dei cassamortari prima delle esequie. Il carré militaire del cimitero, avenue du Docteur Quettier, è una scacchiera di croci bianche per far giocare a dama i morts pour la France.
È noioso, il mare, se la prospettiva è obbligata perché la testa è “imballata” dai cuscini e l’occhio si muove in su e in giù ma non di lato. La cronometrica risacca di un mattino sereno è sincrona al sibilo catarroso del respiro. 
Noioso, l’oceano? Chi si vanta di avere di meglio da fare dallo starsene lì a perdere tempo, ha più di qualche problema e non lo sa. 
Dov’era, Jean Do, imbacuccato di coperte, parcheggiato davanti alla spiaggia? 
Ha mai pensato, Jean Do, d’essere dimenticato sulla balconata, che l’avrebbero trovato la mattina seguente, un oleoso cartoccio vuoto tra le gambe, una lattina sul plaid e un sonnacchioso piccione sulla spalla? 

Domenica 9 marzo 1997, Jean Do è morto di infezione polmonare, come i battaglioni di poilus, gassati nella Grande Guerra, a qualche centinaio di metri dal sanatorio dove Philippe Noiret, il maggiore Delaplane, identificava e quantificava i dispersi – decine e decine di migliaia – nascosti dai vertici dell’Armée, nel capolavoro di Bertrand Tavernier, La vie et rien d’autre. Più ne trovava, più ne mancavano all’appello.
La guerra li ha cancellati insieme, parificati tra i non vivi e i non morti, invisibili spettri.
La guerra non è finita: soldati, allora, come i giovanotti acciaccati che discutono di motociclette e di sport. Tra un mese, saranno altri.
Tutto era già avvenuto prima dell’8 dicembre 1995. 

A Berck, Jean Do aveva concluso Le Scaphandre et le Papillon.
Gli dovevo altro della dedica di un romanzo, di cui ho rischiato di compiacermi come di un liberale beau geste. Gli devo la soluzione, se mi capitasse ancora di essere scansato dalla morte – non è una remota ipotesi – per essere pronto.
Dunque, una polmonite poche ore dopo la stampa del libro per Laffont. Sarà un successo mondiale, come il film che non ho voluto vedere. In Italia, lo ha pubblicato Ponte alle Grazie.
La farfalla era già altrove, nella recherche di un olimpo pagano, la crisalide è sotto la pietra della Sepulture Bauby, division 94, Père Lachaise, la funerea antologia parigina; i vicini sono i Leclerq e i Payen, mai visti prima. 
Jean Do rapinato come Victor Noir, in un inappellabile buio familiare dove i becchini hanno fatto spazio tra le bare accatastate. 

Tutto era compiuto, da questa parte della vita. La sua, non è entrata in quel buco nero.
È altrove.