Simenon lo considerava il miglior scrittore francese.
Rifiutò l'Académie e la giuria del Goncourt.
La piazza dell’uomo che attraversa i muri, Place Marcel Aymé, a Montmartre, dovrebbe essere un non-luogo, nell’immaginario altrove di un cartografo che la inserisca vicino all’inesistente fermata di un metrò fantasma, carico di variopinti turisti e di grigi travet, così da sorprendere con le mani nel sacco chi ne facesse un plagio, copiando anche ciò che non c’è, come fanno gli editori di fotocopie. La piazza è una surreale souricière, una trappola per topi, nella sua non riproducibile malìa di case e finestre bianche, di fiori rosa, del grande muro d’avorio vecchio, attraversato come avrebbe fatto Hitchcock con un fantasma, da un travet dai poteri straordinari, scoperti per caso nelle vicinanze di una piccolo-borghese mezza età, quella di una routine altrimenti pacata e disperante. Le Passe–Muraille è il Leo Blum che ondivaga dalle torpide, piccole vendette, al crimine con la naturalezza con cui ha maneggia i timbri. È il Righi (Bernard Blier) del seguito di Amici Miei. L’occasione fa l’uomo ladro; la predisposizione fa il resto.

La suggestione suggerisce di non essere nella Montmartre che tutti vedono ma in un altro, regressivo, incollocabile segmento di un altro tempo. Non si è distanti dal Café des 2 Moulins dove lavora Amélie Poulain che cerca Dominique Bretodeau per restituirgli la scatola di latta con i giocattoli di quando era bambino e che affida all’amica hostess lo gnomo da giardino che scriverà cartoline dal mondo a suo padre. Tutto è possibile, tout s’en va encore, pur di dare un taglio al cappio della ragione. Il paradosso è la norma, reale più del vero trasversale labirinto cittadino.
Potrebbe essere, questo, il racconto di un’estate matrigna di temperature normali e non qui, altrimenti collassati da un over turismo abbastanza sconcio. Simenon, che di scrittura ne sapeva, disse che Aymé (1902-1967) era il miglior autore del suo tempo. Ma come? Un non allineato? Di certo Aymé era libero di dire “no”. Frequentava pochi amici, no salotti letterari, no bouillon de culture, no grazie nel 1949 alla Légion d’Honneur, no al seggio all’Académie Française, no alla giuria del Goncourt. Fare a mezzo con nessuno è costoso quanto accettare qualcosa senza pagare: è troppo caro. Chi altri avrebbe fatto altrettanto stante l’arrivismo al potere?
La Pléiade di Gallimard, a cura di Yves-Alain Favre e di Michel Lécoureur, ha raccolto in tre volumi le oeuvres romanesques. Per la memoria, è meglio che finire nell’umido buio del Pantheon, dove, ad esempio, non c’è Flaubert… In Italia, Aymè, resta per i più un Carneade nonostante la meritevole pubblicazione della silloge di racconti Martin il romanziere (L’Orma Editore), tradotta e a cura di Carlo Mazza Galanti.
Due saggi, nove raccolte di novelle, diciassette romanzi, sedici testi teatrali, un Prix Renaudot per il secondo romanzo, La table aux crevés nel 1929, Prix Blumenthal l’anno seguente, sceneggiatore, autore di dialoghi per il cinema e la tivù, traduttore di Arthur Miller e Tennessee Williams- tanto per dare l’idea… Ça suffit? Non, perché funzionava eccome! l’embargo del potere lacchè della politica. Grande successo di pubblico, rigurgiti biliari dalla critica prima e dopo l’invasione tedesca, accuse di collaborazionismo per qualche articolo letterario pubblicato su riviste vicine a Vichy. E per quei romanzi, Uranus e Le Chemin des Écoliers su epurazione e mercato nero. Altro che grandeur, altro che buon cuore! Rancy è a poche fermate, le delazioni delle concierges, anche; spiati e spie, rese dei conti di una caccia alle streghe con il movente della pelliccia di volpe della signora del quarto piano. Mezza République considerava l’antisemitismo come prospettiva naturale. Aymé e il Bertrand Tavernier di Laissez-passer non inventano nulla. Aymé aveva chiesto che l’editore e giornalista Robert Brasillach, caporedattore di Je suis partout fosse graziato ma De Gaulle rifiutò nonostante l’appello di François Mauriac, Paul Valéry, Paul Claudel, Jean Paulhan, Jean Cocteau, Colette, Arthur Honegger, Jean-Louis Barrault. Aymé non era stato resistente né collaborazionista alla Chateaubriant e alla Lucien Rebatet; qualche contributo letterario alla Gerbe e a Je suis partout da una parte e la inconfutabile difesa degli ebrei firmata su Aujourd’hui, pubblicata nonostante le minacce degli occupanti. La sola ragione che abbiamo di scrivere è dire qualcosa. Non m’importano le conseguenze! Nel 1946 riceve una rampogna dal Comité national des écrivants per aver sceneggiato nel 1941 Le club des soupirants di Maurice Glaize, prodotto dalla Continental Film a capitale tedesco. Replica: un’alzata di spalle.
Aymé aveva detto di non avere talento, come i personaggi che creerà. Bancario, assicuratore, giornalista. Un “piccolo minus habens provinciale non più dotato nella scrittura, di mille altri sbarbatelli”. Orfano di madre a due anni, allevato dalla nonna e da una zia, fittone del sentire della sua terra, dialetto del Jura e, dopo il trasferimento a Montmartre, argot declinato in un palato fonetico cangiante da quartiere a quartiere, bettole, mercatini, sale d’aspetto di medici di base, quelle donnine in attesa di clienti che anni prima Seurat vestiva di rosso sui lungo Senna, i retrobottega, le Halles. Il mondo raccontato senza un piedistallo, per quel che è. Le premesse antropizzate non sono un rischio. La Jumente Verte (Claude Autant-Lara girò l’omonimo film nel 1959 con Bourvil e George Wilson), La Tête des Autres, Les Contes du Chat perché vendono eccome ma sono snobbate dai recensori, neanche fossero seconda scelta per i lettori di bocca buona. Chi non si emoziona e legge un romanzo come fosse un’antologia o un manifesto politico o una declinazione del sé, non entrerà nella piazza colorata dove un uomo attraversa un muro poiché il cartografo della cartina acquistata in edicola non è quello ma è un altro, puntuale come il metrò alla fermata dove scendono e salgono turisti e cittadini.
La scultura non è opera di un fonditore ma di un attore, Jean Marais, che ha fatto meglio di chiunque ci avesse provato; se è impossibile che una statua si muova, beh, questa articola nella suggestione braccia e gambe, aggrotta le cespugliose sopracciglia e alza a mo’ di saluto il braccio destro. Marais, il bello di Francia, figlio di un veterinario, era un talento drammatico sul palco, davanti a una cinepresa, con Mylène Demongeot sulle ginocchia a farsi il verso e con creta e pennelli. Il Marais è un quartiere sussiegoso che ci tiene ad esserlo come la plus part des parvenus, premuto il pulsante dell’ascensore sociale. Marais sta per acquitrino. Di palustre non c’è nulla; è rimasta la franchigia dalle devastazioni anti-barricate del barone Georges Eugène Haussmann, che dà un senso di grandeur a quel che resta della città illuminata che lui ha contribuito a sfigurare perché fosse inidonea alle barricate: abuso della parola liberté, bar ritrovo en travesti, tutti artisti come no? e dintorni. Di certo c’è il cognome scelto da Marcel Aymé per il suo mezze maniche, Dutilleul, un improbabile doublage tra l’inquilino del terzo piano della casa al 75 bis di rue d’Orchampt e il collezionista Roger Dutilleul, ritratto da Modigliani nel 1919, scomparso nel 1956. Ovvio che il dipinto sia citato in prosa di valore per gli svariati milioni di euro del prezzo di aggiudicazione a un’asta internazionale.
Il titolo Passe Muraille appare a Ferragosto del 1941 in Lecture 40 e, a febbraio del 1942, in Sept Jours, con il titolo Garou-Garou. Anche Aymé era un collezionista, non di tele e bronzi ma di complicazioni sentimentali. Le donne gli piacevano tutte. Era un necessitato traditore seriale che all’alba suonava il campanello di una palazzina di Meudon, accolto dall’uggiolante cane Agar e dall’insonne, bofonchiante padrone di casa che lo rimbrottava esortandolo a smetterla o a farla da furbo poiché entro un’ora, l’ennesimo cuore infranto, vista la Peugeot davanti al cancello, avrebbe urlato pretendendo spiegazioni. L’amico era vestito da clochard. Era un medico. Era Louis Ferdinand Céline. La moglie Lucette, raccolti i capelli in un turbante di spugna, preparava il caffè. Bardamu e Marcel, in silenzio, intingevano un biscotto allo zenzero nella tazzina di ceramica cinese. Entrambi, già da un’altra parte, oltre la muraglia.
