Un maestro del cinema, l’ossessione per la perfezione
I biografi da “coccodrillo” – il pezzo commemorativo pronto in archivio, da scongelare con luogo, data e causa della morte – dovrebbero guardarsi dall’avverbio soltanto.
Qualche giorno fa, a Parigi, è morto a 94 anni, il regista francese Jean Paul Rappeneau.
Il quotidiano di Beaumarchais e la maggior parte di quelli stranieri e italiani, hanno sottolineato che l’autore di Auxerre, ha diretto soltanto otto film – sono undici, invece, con i cortometraggi Un garçon bien sage, La maison sur la place, Chronique provinciale del 1949, 1951 e 1958 – rimarcando che aveva rinunciato a più di un progetto in corso d’opera per cause e concause note a lui solo, che aveva percorso lunghi sentieri di silenzio neanche fosse stato Michelangelo davanti al Sacellum Sixtinum di Papa Sisto IV.
Domanda di molti: cos’ha fatto, Rappeneau tra il ’51 e il ’58 come negli altri intermezzi? Risposta: ha vissuto.
Se soltanto avesse echeggiato il tardivo rammarico per le pellicole che avremmo altrimenti potuto vedere, con gli accessori di se e ma, un dubitativo così sia avrebbe rosicchiato una sufficienza ma è il combinato di prospettiva e retrospettiva a imporne la bocciatura. Non valgono parametri e statistiche, nell’arte, perché parla per prima senza mediazioni o, peggio, opinionisti a libro paga che dissertano sulla banana appiccicata al muro con il nastro adesivo e sulla mucca in formalina.
Quel soltanto è una quantificazione di facile aritmetica e a doppio senso, non il commento a un percorso creativo distillato nel tempo, nella presa di distanza dalle luci della ribalta. Pochi amici, molti mesi ad Auxerre a scrivere e a leggere testi medioevali.
Oltre oceano sono stati eretti monumenti a The Catcher In The Rie, figlio unico della Greta Garbo del best seller stars and stripes, Salinger, neanche fosse il manifesto della nazione di Hawthorne, Poe, Melville, Steinbeck, Faulkner, Saroyan, Capote… e ancora si condivide il soltanto come fosse un convenevole addio.
Chi ha diretto cinquanta film, chi tre. Scarlatti ha composto 555 Sonate, Bach sei Sonate per Violino Solo BWV 1001-1006. E allora?

La mela non cade lontano dall’albero: la sorella Elisabeth (1940-2020) è stata sceneggiatrice, soggettista e regista televisiva. Julien e Martin, i figli, sono sceneggiatore e musicista.
Ha firmato venti scenario. Rappeneau è stato un formidabile narratore e un esteta dell’immagine. Ogni fotogramma è una sillaba, è il rintocco di un grande-horloge che batte il secondo. Conta il frattempo qualitativo tra un’oscillazione, la precedente e la successiva.
Soltanto. Sospendere per un giorno o un anno la scultura di un progetto, non è un abbandono, anzi, è insieme lo spazio e il tempo che lo stesso necessita per crescere e rivendicare la propria autonomia.
Solipsismo raccontato. Rijksmuseum di Amsterdam, davanti alla Ronda di notte di Rembrandt, commissionata da Frans Banning Cocq per la Corporazione degli Archibugieri di Amsterdam. Non erano militari ma cittadini benestanti. Cocq era medico.
Rappeneau, le sistole e le diastole dei trentuno uomini in armi, il clangore delle lame, l’eleganza dei ricami sull’abito del capomanipolo, la piuma sul cappello, il teatro della vita esposta in evidenza nella semioscurità. L’odore dei corpi, del respiro e del buio. Cosa può essere sfuggito, all’autore, nella trasfigurazione nei due sensi di ideale e reale? Una postura, uno sguardo, un riflesso, un’ombra?
Il dubbio che ha braccato Rembrandt fino all’ultimo giorno, ha già contagiato il regista con una malattia autoimmune: la ricerca della perfezione.
Mi sono interrogato infinite volte su dove e cosa sia la compiutezza che coniuga significante e significato, e così per il diaframma che ci separa dalla visione. Gli elementi sono miscelabili, sovrapponibili all’infinito. Alcuni, intendo. Altri, no. Spesso, la contemporaneità è una scatola vuota.
Una grande scuola di scrittura: il debutto a quattro mani con Louis Malle sceneggiando il romanzo Zazie nel metro di Raymond Queneau, pubblicato nel 1959, tradotto in Italiano dal poeta e saggista Franco Fortini. Il film, nelle sale l’anno seguente, è un esempio di equilibrio nella resa sdrucciola dello slang au dehors della ragazzina di provincia, arrivata nella capitale che ha più chilometri di gallerie che non strade en plein air. Metafore.
Ancora con Malle, sceneggia il drammatico Vie Privée (1962) con Marcello Mastroianni e Brigitte Bardot. Partecipa alla sceneggiatura originale de L’uomo di Rio di Philippe de Broca, candidata all’Oscar 1965.
Il suo La Vie de Chateau del 1966 – sceneggiatura e regia – con Noiret, la Deneuve e Pierre Brasseur, resta in programmazione per un anno in sale d’essai. E vince il premio Louis-Delluc.
La commedia storica Gli sposi dell’anno II del 1971, co-sceneggiata da Sautet e Clavel, è l’opera meno sentita da Rappeneau ed è più nota per il legame tra Belmondo e Laura Antonelli, per la quale l’attore si separa da Ursula Andress, che per il buon riscontro di critica e di pubblico.
Nel 1975, esce Le Sauvage, con Yves Montand, la Deneuve e Luigi Vannucchi, sceneggiato con la sorella Elisabeth che gli vale, nella prima edizione del Prix César, il premio come miglior regista, pari merito con Tavernier, Enrico e Truffaut. Successo di pubblico con quasi due milioni e mezzo di spettatori.
Tout feu, tout flamme (1982) ripropone Montand con Isabelle Adjani, sceneggiato con Elisabeth; richiama lo stesso pubblico del precedente. Rappeneau rivelerà l’ascendenza del Re Lear di Shakespeare: Montand è il vecchio re, la Adjani è la figlia Cordelia.
Un salto in lungo di oltre vent’anni. Il suo L’Hussard Sur Le Toit del 1995, tratto dall’omonimo romanzo di Jean Giono, con Juliette Binoche, Olivier Martinez e un cameo di Gérard Depardieu, è stato il progetto più costoso del cinema transalpino. Ventisette location in una Francia del Sud dove Giono era nato, a Manosque, raccontando l’esorcismo di fermare un’epidemia di colera trasmessa anche dai corvi, tra un carbonaro in fuga dai sicari di Vienna, manzoniani dagli all’untore!, processioni a remissione dei peccati e del contagio, incartapecoriti emuli di don Ferrante, palazzi nobiliari abbandonati ai fantasmi e alla morte, come nei giorni di Robespierre, un soffio di passione tra la nobildonna e il giovanotto italiano, incitato per lettera dalla madre nobildonna a rischiare, sempre.
Un romanzone che Rappeneau conosceva paragrafo per paragrafo ma che non gli bastava, come una parete per un affrescatore che non dipinge trompe l’oeil. Smette di lavorare alla trasposizione del romanzo del greco di nascita e francese di adozione Albert Cohen, Belle du Seigneur, per il testo di Giono.

Clément, Bunuel, Niermans e Villiers hanno provato e rinunciato. Il sodalizio con la sceneggiatrice Nina Companeez, cui si aggiunge Jean-Claude Carrère, allarga il soggetto con innesti di altri due titoli della Trilogia dell’Ussaro, Una pazza felicità (1957) e Morte di un personaggio (1948). Il precipitato chimico è la sceneggiatura di aloni di storie nella storia che sbocciano nel film che Le Figaro definirà éblouissant – a scelta abbagliante, mozzafiato, splendido, incredibile. È lo scenario che Rappeneau ha decantato fino all’imperfettibilità – altrettanto è per la regia – alla declinazione dell’armonia narrativa.

È di cinque anni prima, il capolavoro, il Cyrano de Bergerac che vinse soltanto l’Oscar per i costumi a Franca Squarciapino che si aggiudicò anche Bafta, César, European Film Award e Nastro d’Argento. Ci avevano provato in tanti, da Augusto Genina a Pasquali, Maurice, Rivera, Gordon, Schepisi. E, successivamente, Michalik e Wright, con esiti difformemente non indispensabili. Il film vince tredici César su altrettante candidature.
Roxane sarebbe stata la Binoche se non fosse stata impegnata ne Les Amants du Pont Neuf di Leos Carax e il ruolo andò all’impagabile Anne Brochet. L’edizione italiana – davvero! – ha un quid in più nella traduzione del testo e nel doppiaggio. La prima, straordinaria, è di Oreste Lionello, voce tra centinaia da Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso di Dino Risi a Woody Allen (Lionello mi ha reso un attore migliore di quel che sono).
Il secondo, non è da meno: Oreste Rizzini è Cyrano, Gianni Bonagura è Raguenau, Mario Maranzana è il conte De Guiche, Cristiana e Luca Lionello, sono Roxane e Cristiano. Roxane è identica alla Magdeleine Robineau dello scrittore marsigliese, immateriale e onirica come la passione dell’innamorata – baricentro della storia – che ascolta le parole del bello e basta! Cristophe de Neuvillette, sussurrategli da Cyrano. Il segreto è protetto per sempre da un panache. Rappeneau ascoltò decine di volte la voce che Rizzini aveva dato allo spadaccino. La definì un pianoforte a coda suonato con la sordina.
Passeranno otto anni prima del penultimo film, il drammatico Bon Voyage con Isabelle Adjani e ancora Gérard Depardieu, sceneggiato insieme a Patrick Modiano, assegnatario nel 2014, del Nobel per la Letteratura. La pellicola vince tre Prix César, un Prix Lumière, lo Swann d’Or al Prix Cabourg per la miglior regia.
Belles Familles, del 2015, sceneggiato con il figlio Julien, colonna sonora di Martin Rappeneau, è la pellicola del congedo. Il ritorno a casa dopo molti anni, una invenduta proprietà di famiglia, le
temps jadis. Quale?
Il tempo decide, non io. Ho molti libri da leggere, musiche da comprendere e persone care con cui condividerlo.
Rappeneau. Quando soltanto è soltanto un avverbio.
Un maestro del cinema, l’ossessione per la perfezione
I biografi da “coccodrillo” – il pezzo commemorativo pronto in archivio, da scongelare con luogo, data e causa della morte – dovrebbero guardarsi dall’avverbio soltanto.
Qualche giorno fa, a Parigi, è morto a 94 anni, il regista francese Jean Paul Rappeneau.
Il quotidiano di Beaumarchais e la maggior parte di quelli stranieri e italiani, hanno sottolineato che l’autore di Auxerre, ha diretto soltanto otto film – sono undici, invece, con i cortometraggi Un garçon bien sage, La maison sur la place, Chronique provinciale del 1949, 1951 e 1958 – rimarcando che aveva rinunciato a più di un progetto in corso d’opera per cause e concause note a lui solo, che aveva percorso lunghi sentieri di silenzio neanche fosse stato Michelangelo davanti al Sacellum Sixtinum di Papa Sisto IV.
Domanda di molti: cos’ha fatto, Rappeneau tra il ’51 e il ’58 come negli altri intermezzi? Risposta: ha vissuto.
Se soltanto avesse echeggiato il tardivo rammarico per le pellicole che avremmo altrimenti potuto vedere, con gli accessori di se e ma, un dubitativo così sia avrebbe rosicchiato una sufficienza ma è il combinato di prospettiva e retrospettiva a imporne la bocciatura. Non valgono parametri e statistiche, nell’arte, perché parla per prima senza mediazioni o, peggio, opinionisti a libro paga che dissertano sulla banana appiccicata al muro con il nastro adesivo e sulla mucca in formalina.
Quel soltanto è una quantificazione di facile aritmetica e a doppio senso, non il commento a un percorso creativo distillato nel tempo, nella presa di distanza dalle luci della ribalta. Pochi amici, molti mesi ad Auxerre a scrivere e a leggere testi medioevali.
Oltre oceano sono stati eretti monumenti a The Catcher In The Rie, figlio unico della Greta Garbo del best seller stars and stripes, Salinger, neanche fosse il manifesto della nazione di Hawthorne, Poe, Melville, Steinbeck, Faulkner, Saroyan, Capote… e ancora si condivide il soltanto come fosse un convenevole addio.
Chi ha diretto cinquanta film, chi tre. Scarlatti ha composto 555 Sonate, Bach sei Sonate per Violino Solo BWV 1001-1006. E allora?

La mela non cade lontano dall’albero: la sorella Elisabeth (1940-2020) è stata sceneggiatrice, soggettista e regista televisiva. Julien e Martin, i figli, sono sceneggiatore e musicista.
Ha firmato venti scenario. Rappeneau è stato un formidabile narratore e un esteta dell’immagine. Ogni fotogramma è una sillaba, è il rintocco di un grande-horloge che batte il secondo. Conta il frattempo qualitativo tra un’oscillazione, la precedente e la successiva.
Soltanto. Sospendere per un giorno o un anno la scultura di un progetto, non è un abbandono, anzi, è insieme lo spazio e il tempo che lo stesso necessita per crescere e rivendicare la propria autonomia.
Solipsismo raccontato. Rijksmuseum di Amsterdam, davanti alla Ronda di notte di Rembrandt, commissionata da Frans Banning Cocq per la Corporazione degli Archibugieri di Amsterdam. Non erano militari ma cittadini benestanti. Cocq era medico.
Rappeneau, le sistole e le diastole dei trentuno uomini in armi, il clangore delle lame, l’eleganza dei ricami sull’abito del capomanipolo, la piuma sul cappello, il teatro della vita esposta in evidenza nella semioscurità. L’odore dei corpi, del respiro e del buio. Cosa può essere sfuggito, all’autore, nella trasfigurazione nei due sensi di ideale e reale? Una postura, uno sguardo, un riflesso, un’ombra?
Il dubbio che ha braccato Rembrandt fino all’ultimo giorno, ha già contagiato il regista con una malattia autoimmune: la ricerca della perfezione.
Mi sono interrogato infinite volte su dove e cosa sia la compiutezza che coniuga significante e significato, e così per il diaframma che ci separa dalla visione. Gli elementi sono miscelabili, sovrapponibili all’infinito. Alcuni, intendo. Altri, no. Spesso, la contemporaneità è una scatola vuota.
Una grande scuola di scrittura: il debutto a quattro mani con Louis Malle sceneggiando il romanzo Zazie nel metro di Raymond Queneau, pubblicato nel 1959, tradotto in Italiano dal poeta e saggista Franco Fortini. Il film, nelle sale l’anno seguente, è un esempio di equilibrio nella resa sdrucciola dello slang au dehors della ragazzina di provincia, arrivata nella capitale che ha più chilometri di gallerie che non strade en plein air. Metafore.
Ancora con Malle, sceneggia il drammatico Vie Privée (1962) con Marcello Mastroianni e Brigitte Bardot. Partecipa alla sceneggiatura originale de L’uomo di Rio di Philippe de Broca, candidata all’Oscar 1965.
Il suo La Vie de Chateau del 1966 – sceneggiatura e regia – con Noiret, la Deneuve e Pierre Brasseur, resta in programmazione per un anno in sale d’essai. E vince il premio Louis-Delluc.
La commedia storica Gli sposi dell’anno II del 1971, co-sceneggiata da Sautet e Clavel, è l’opera meno sentita da Rappeneau ed è più nota per il legame tra Belmondo e Laura Antonelli, per la quale l’attore si separa da Ursula Andress, che per il buon riscontro di critica e di pubblico.
Nel 1975, esce Le Sauvage, con Yves Montand, la Deneuve e Luigi Vannucchi, sceneggiato con la sorella Elisabeth che gli vale, nella prima edizione del Prix César, il premio come miglior regista, pari merito con Tavernier, Enrico e Truffaut. Successo di pubblico con quasi due milioni e mezzo di spettatori.
Tout feu, tout flamme (1982) ripropone Montand con Isabelle Adjani, sceneggiato con Elisabeth; richiama lo stesso pubblico del precedente. Rappeneau rivelerà l’ascendenza del Re Lear di Shakespeare: Montand è il vecchio re, la Adjani è la figlia Cordelia.
Un salto in lungo di oltre vent’anni. Il suo L’Hussard Sur Le Toit del 1995, tratto dall’omonimo romanzo di Jean Giono, con Juliette Binoche, Olivier Martinez e un cameo di Gérard Depardieu, è stato il progetto più costoso del cinema transalpino. Ventisette location in una Francia del Sud dove Giono era nato, a Manosque, raccontando l’esorcismo di fermare un’epidemia di colera trasmessa anche dai corvi, tra un carbonaro in fuga dai sicari di Vienna, manzoniani dagli all’untore!, processioni a remissione dei peccati e del contagio, incartapecoriti emuli di don Ferrante, palazzi nobiliari abbandonati ai fantasmi e alla morte, come nei giorni di Robespierre, un soffio di passione tra la nobildonna e il giovanotto italiano, incitato per lettera dalla madre nobildonna a rischiare, sempre.
Un romanzone che Rappeneau conosceva paragrafo per paragrafo ma che non gli bastava, come una parete per un affrescatore che non dipinge trompe l’oeil. Smette di lavorare alla trasposizione del romanzo del greco di nascita e francese di adozione Albert Cohen, Belle du Seigneur, per il testo di Giono.

Clément, Bunuel, Niermans e Villiers hanno provato e rinunciato. Il sodalizio con la sceneggiatrice Nina Companeez, cui si aggiunge Jean-Claude Carrère, allarga il soggetto con innesti di altri due titoli della Trilogia dell’Ussaro, Una pazza felicità (1957) e Morte di un personaggio (1948). Il precipitato chimico è la sceneggiatura di aloni di storie nella storia che sbocciano nel film che Le Figaro definirà éblouissant – a scelta abbagliante, mozzafiato, splendido, incredibile. È lo scenario che Rappeneau ha decantato fino all’imperfettibilità – altrettanto è per la regia – alla declinazione dell’armonia narrativa.

È di cinque anni prima, il capolavoro, il Cyrano de Bergerac che vinse soltanto l’Oscar per i costumi a Franca Squarciapino che si aggiudicò anche Bafta, César, European Film Award e Nastro d’Argento. Ci avevano provato in tanti, da Augusto Genina a Pasquali, Maurice, Rivera, Gordon, Schepisi. E, successivamente, Michalik e Wright, con esiti difformemente non indispensabili. Il film vince tredici César su altrettante candidature.
Roxane sarebbe stata la Binoche se non fosse stata impegnata ne Les Amants du Pont Neuf di Leos Carax e il ruolo andò all’impagabile Anne Brochet. L’edizione italiana – davvero! – ha un quid in più nella traduzione del testo e nel doppiaggio. La prima, straordinaria, è di Oreste Lionello, voce tra centinaia da Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso di Dino Risi a Woody Allen (Lionello mi ha reso un attore migliore di quel che sono).
Il secondo, non è da meno: Oreste Rizzini è Cyrano, Gianni Bonagura è Raguenau, Mario Maranzana è il conte De Guiche, Cristiana e Luca Lionello, sono Roxane e Cristiano. Roxane è identica alla Magdeleine Robineau dello scrittore marsigliese, immateriale e onirica come la passione dell’innamorata – baricentro della storia – che ascolta le parole del bello e basta! Cristophe de Neuvillette, sussurrategli da Cyrano. Il segreto è protetto per sempre da un panache. Rappeneau ascoltò decine di volte la voce che Rizzini aveva dato allo spadaccino. La definì un pianoforte a coda suonato con la sordina.
Passeranno otto anni prima del penultimo film, il drammatico Bon Voyage con Isabelle Adjani e ancora Gérard Depardieu, sceneggiato insieme a Patrick Modiano, assegnatario nel 2014, del Nobel per la Letteratura. La pellicola vince tre Prix César, un Prix Lumière, lo Swann d’Or al Prix Cabourg per la miglior regia.
Belles Familles, del 2015, sceneggiato con il figlio Julien, colonna sonora di Martin Rappeneau, è la pellicola del congedo. Il ritorno a casa dopo molti anni, una invenduta proprietà di famiglia, le
temps jadis. Quale?
Il tempo decide, non io. Ho molti libri da leggere, musiche da comprendere e persone care con cui condividerlo.
Rappeneau. Quando soltanto è soltanto un avverbio.