Il romanzo, scrivere e vivere sono una cosa sola
Mario Vargas Llosa, peruviano.
Fosse stato un pittore, avrebbe disegnato un cerchio a mano libera.
Era uno scrittore non troppo lontano dal valore di Giotto con gli affreschi, uno dei sudamericani che sessant’anni fa salvarono la letteratura dall’afasia profonda degli “ismi” accademici e intellettualistici, riportando la vita vera con annessi e connessi fuori dall’indice dei nomi, al centro della narrazione. Tra gli altri – il drappello è radunato con colpevole e mio personale difetto – Gabriel García Márquez, colombiano, Julio Cortázar, argentino, i messicani Carlos Fuentes e Octavio Paz e l’altro colombiano Alvaro Mutis, la cilena Isabel Allende.
Era un demiurgo che ha fatto dello scrivere la doppia stampella della nostalgia e il puntello della resistenza vitale, l’analisi diretta e riflessa dell’io e del mondo, cercando e cercando e cercando. E questo, è scrivere.
La parola può trascendere la storia. Perché? Perché il romanzo è un genere alto, il solo che possa esprimere in modo ampio, ambizioso e complesso la totalità del mondo, profittando dell’esperienza umana nella sua totalità, da testimone capace al contempo di esprimere ciò che sono stati gli uomini di un’epoca e di una società, come tutti i fantasmi che sono stati creati partendo da una realtà oggettiva.
Fra i suoi libri tradotti in italiano, Conversazione nella Cattedrale (1971), Pantaleón e le visitatrici (1975), La zia Julia e lo scribacchino (1979) La città e i cani (1967), I Quaderni di don Rigoberto (1997), La festa del caprone (2000).
Già sappiamo che è morto a 89 anni, che da più di qualche mese era oltre la linea grigia della “coscienza cosciente”, che le conseguenze di una polmonite hanno scritto il termine ad quem; la cronaca breve precisa anche che è della fine del 2023 l’ultimo romanzo, Le dedico il mio silenzio, edito in Italia da Einaudi, con un breve commiato dai lettori, prologo all’addio alla Piedra de toque, la rubrica bisettimanale sul quotidiano spagnolo El País, iniziata nel 1990, prova corrente di come gli fosse urgente aggiungere la sua voce al dibattito sociale e al contendere civile delle opinioni.
Membro della Real Academia Española dal 1996 e dell’Académie Française dal 2021, reo confesso di aver ambito da sempre ad essere uno scrittore francese. Flaubert per la sua Madame Bovary, colpo di fulmine a Parigi in un giorno di serotonina bassa, romanzo in un’edizione di Garnier comprato in una libreria del Quartiere Latino e l’esorcismo di una frase: Non mi rassegno alla mia sorte, la dubbia compensazione dell’aldilà non mi interessa, voglio che la mia vita si realizzi piena e completa qui e ora.
Non era tra i suoi rischi di opinionista la condivisione dei lettori. Comunque progressista riguardo ai temi sociali, liberale e pragmatico in economia, aveva denunciato la deriva del mondo dello spettacolo, il vuoto del ciarpame spacciato per arte; si era anche candidato alla presidenza del Peru ed era stato sconfitto dal candidato centrista Alberto Fujimori, poi finito in disgrazia.
Ho letto, vissuto e visto e ciò ha cambiato lo scrittore che io sono.
Numeri: venti romanzi, due sillogi di racconti, una autobiografia, quindici saggi, sedici raccolte di articoli, dieci opere teatrali. Dieci film e cinque sceneggiati televisivi sono stati tratti dalle sue opere.
La cronaca aneddotica mette in fila il Premio Nobel per la Letteratura nel 2010, il Premio Cervantes nel 1994, il Premio Planeta nel 1993, il Premio Príncipe de Asturias de las Letras nel 1986, il Premio Rómulo Gallegos nel 1967, il Premio Biblioteca Breve nel 1962. Non c’era altro da vincere.
Cosa può e sa essere un libro? Dobbiamo continuare a sognare, leggere e scrivere, il modo più efficace che abbiamo trovato per alleviare la nostra condizione di deperibilità, per sconfiggere il tarlo del tempo e per rendere possibile l’impossibile. Tanto per rendere l’idea di cosa fossero per lui la parola che dà forma al pensiero, la scrittura quotidiana, la partecipazione.
Le talvolta imperscrutabili scelte dell’Accademia di Svezia, tra assegnazioni improprie per fatti di geopolitica o perché questo passa il convento, dinieghi e ritardi, hanno atteso almeno vent’anni per premiare Vargas Llosa. Perché? Per la non occultabile pressione delle lobbies gauchistes. Il trascorso politico di Vargas Llosa era stata la metamorfosi da giovane comunista, a democristiano, a castrista – in affollata compagnia – fino alla scoperta di come la rivoluzione di Fidel non ammettesse altro dell’ortodossia ideologica. La carcerazione del poeta cubano Heberto Padilla (1932-2000), nel 1971, avrebbe potuto essere la sua e di ogni altro uomo libero. Fu la svolta.
Forse mi avevano dimenticato, dichiarò sorridendo.
La telefonata della segreteria dell’Accademia di Svezia non tenne conto del fuso orario e lo svegliò all’alba piovosa di una New York infreddolita. La motivazione: Per la cartografia delle strutture del potere e le sue nitide immagini della resistenza, della ribellione e dello sfruttamento dell’individuo.
Scrittura e politica sono recto e verso della libertà individuale.
La lettura anima la ribellione.
Non era solo, nero su bianco, parole come colpi di moschetto.
Lo avevano preceduto Márquez con L’autunno del patriarca, il guatemalteco Asturias con Il Presidente, il paraguayano Arturo Roa Bastos con Io il Supremo, nel tratteggio delle dittature sudamericane e dei loro leader, come il dominicano Rafael Leónidas Trujillo.
Vargas Llosa scrisse La festa del caprone (2000) e la raccontò.
Non disse una parola, invece, sul pugno nell’occhio, con lesione al setto nasale, sferrato a Gabo Márquez nel 1976. Da gentiluomini, i due non dissero che c’era di mezzo una signora e si riconciliarono solo con la pubblicazione celebrativa nel quarantennale della prima edizione di Cent’anni di solitudine, edita con il saggio di Vargas Llosa Storia di un reicidio, scritto nel 1971. La signora contesa è stata un’eccezione che conferma la regola: la famiglia è il metacentro della società.
Aveva la fedeltà transgenerazionale di milioni di lettori folgorati dal debutto con La città e i cani, che mandò alle ortiche le pance in dentro e i petti in fuori del trucido collegio militare Leoncio Prado.
Ci era finito, il giovanissimo Mario, per l’infausta volontà del padre – conosciuto traumaticamente a quattordici anni perché creduto morto – una fabbrica di futuri colonnelli golpisti, raccontati nella miseria di quel modo di indossare una divisa. E di recensire il romanzo, anche, accatastato in centinaia di copie, dato alle fiamme – i precedenti fanno rabbrividire! – e bollato da due generali come scritto da una mente malata.
Nell’autobiografico Il pesce nell’acqua (Libri Scheiwiller), Vargas Llosa ritroverà e rimescolerà i sassi di Pollicino degli anni lontani, dell’irreversibile metamorfosi verso la scrittura, di un amore “scandaloso”, della corsa verso la politica. Flashback in divenire.
Scrivere… una cosa da ragazze, non da uomini. Così il padre, così la borghesia peruviana, tronfia nel disprezzare le schiene di vetro di chi stava curvo sui libri; non così nonni e zii che leggevano le pagine di Mario.
Molti anni più tardi, dirà di voler essere uno scrittore realista che racconta ciò che c’è d’insolito nella realtà dando vita a personaggi capaci di travalicare i propri limiti.
Hugo, Malraux, Hemingway, Faulkner, Dos Passos, Saroyan, Scott Fitzgerald. E lui stesso, quando la letteratura metabolizza la vita vissuta hic et nunc.
La verità scrive un romanzo buono, la menzogna ne scrive uno pessimo.
Il vero è soggettivo, mai diretto. Una storia narrata è la reazione critica alla realtà contingente.
Don Chisciotte ha detto il vero: quelli, laggiù, non sono mulini a vento, ma giganti.
