La "recherche" quotidiana dell'armonia di Virginia Bertoldi, reporter.
Virginia Bertoldi, 28 anni, fotografa. Sono incuriosito da come il suo calendario singhiozzi da un appuntamento a un altro. Con buona pace dell’elogio alla lentezza che non ho mai conosciuto.
Mi sento in un frullatore
Perché ?
Premetto che sono contenta di dove mi trovo, adesso. Arrivo da una settimana del Festival del Cinema di Venezia, da Roma per un’altra première e poi dalla Settimana della Moda. Quindi sarò di nuovo su Milano e Parigi. Se non è un frullatore, è una giostra.
E uno stato mentale.
Di disponibilità, soprattutto. Provare a essere il tuo luogo.
Andare, tornare, partire, enne volte. Ti organizzi tu?
Al momento sì, l’agenda ha incontri necessitati, mai routinari nonostante le scalette siano preparate al minuto. Venezia… è stato un momento speciale perché, oltre alla girandola di eventi, ci si ritrova, là come in ogni altrove, tra fotografi, spesso coetanei, nel collage globale dei Paesi di provenienza, delle esperienze a confronto. È una conditio palpitante, carica, empatica.
Restare fermi equivale a bere un caffelatte in sagrestia…
Certo! Ma non è un mondo “solo” patinato. A tratti è convulso, è sempre competitivo, senza posizioni acquisite. Oggi è oggi e domani è un altro giorno.

Per me fotografare è vedere nell’oculare di una Leica o di una Nikon, con un obiettivo solo e una pellicola bianco e nero. Come Bernard Plossu e Brassai.
Lo è, anche. E sottolineo anche. Ho cominciato a fotografare cercando un rifugio. Tutto è iniziato come un luogo a parte in cui trovarmi e forse ritrovarmi, in uno spazio anche emotivo, divenuto poi una condizione di opportunità vitale, per catturare la bellezza.
Catturare? Meglio Cogliere. È una parola luminosa.
Cogliere la bellezza, allora.
Le forze in campo?
La nostalgia, in primis, come Diotima, per evadere da una realtà che sentivo distante, se non estranea. Allo stesso tempo, la fotografia è diventato il mezzo con cui sono riuscita a guardare al mondo da un’altra prospettiva. Valorizzare il lato più umano della moda: testimoniare come una persona, indossando qualcosa in cui si riconosce, possa sentirsi più forte, con una armonia sua, diversa. Non a caso una delle mie designer preferite è Elsa Schiaparelli, che con il surrealismo non si è limitata a creare abiti, ma vere e proprie “opere d’arte”: dai maglioni che si fingono cravatte annodate, agli abiti- scheletro che trasformano il corpo, dalle borse con volti alle giacche con cassetti cuciti addosso. Piccoli colpi di genio che ribaltano la percezione e dimostrano che la moda può essere immaginazione pura.
La macchina fotografica è anche un racconto in camera oscura: negativo, tre bacinelle, un ingranditore, una lampadina rossa, un timer, carta di diverse gradazioni e misure. Niente post -produzione. Sono un vetero romantico.
L’intervento al desk aiuta a espandere quel lato creativo che necessita di complementi. Diciamo che oggi non è pensabile potersi concedere il tempo da dedicare a un singolo scatto. Un reportage di moda, un festival… i media sono già pronti con tutto il materiale fotografico mezz’ora dopo l’evento. Consumare il materiale qui e subito è la regola. Se non lo fai tu, lo fanno altri venti. In post-produzione, il ritocco delle immagini può permettere di ampliare la visione iniziale. Come in sala d’incisione. Si ascolta il risultato di ore e ore di perfezionamenti.
Reportage… il termine è lo stesso con cui un reporter della Reuter definirebbe un servizio da Gaza…
Cuore e stomaco… un reporter ha cuore e stomaco. Non ne avrei il coraggio emotivo.
Il mondo della moda e degli eventi mondani nasce per essere comunque a parte. Il suo ambito è un altro. Il reportage mi affascina per la tensione alla verità che lo sorregge, per l’assenza di filtri, per narrare… nel linguaggio, nell’alfabeto della realtà, per la potenza dell’elementarità. Ribadisco: non so se avrei il cuore.

Qui e ora. In futuro?
Me lo chiedo spesso, pur nella convinzione che mi sto dando il tempo per esplorare più opzioni possibili. Le strade sono molte… la variabile indipendente è fatta di malleabilità e di disponibilità a essere parte di un’evoluzione tecnica, formale, contenutistica. Esempio: più fotogrammi sono un video; abbinare e costruire immagini per una narrazione su un tema che non è tuo.
E che deve essere accordata alla colonna sonora.
Credo che lo storytelling sia alla base di qualsiasi racconto fotografico, nel senso che il valore aggiunto è la condivisione emotiva nella compiutezza formale, nella coerenza compositiva. Chi guarda legge il racconto attraversando quella immagine.
Lontano da qui. Bellissima parola, lontano.
In Italia permane una competitività tossica. Che ci sta, va detto, in un settore così competitivo. Quello che apprezzo del milieu di Parigi è anche uno stato mentale; puoi trovare persone diverse da te che non temono il tuo sguardo . Ognuno è libero di esprimersi senza il peso necessitato, lobbystico, della competizione.
Ti piacerebbe avere uno studio?
No. Sarei legata a un luogo… dico no nonostante l’idea in sé di uno studio a Parigi abbia non poche attrattive. Ho lavorato in Giappone, senza un atelier, con soddisfazione. Il computer è l’ubiquità moltiplicata, il mondo è ovunque in poche ore di aereo, di treno, di auto, durante una passeggiata. La non appartenenza ha un’attrattiva molto forte.
Alti e bassi?
Le paturnie le ho solo quando vado via da Parigi ma le metto in preventivo. Come una condizione di bipolarità. Penso agli artisti che ha avuto… che hanno camminato in quelle strade, quasi avessero lasciato in dono una permanente scia di creatività che può essere percepita e raccolta, indipendentemente da età, censo, provenienza.

Scadenze?
L’orologio tentenna tra i 30 e i 35 anni. Per allora, vorrei aver compiuto un percorso che mi renda orgogliosa di aver intrapreso lavoro e carriera senza stabilità routinaria ma costruendo il mio posto, il “mio”, tra virgolette, nel mondo che attraverso.
Due componenti: auto percezione ed etero percezione. Siamo in armonia quando le due collaborano, una sull’altra.
A scanso di presunzione, sono in fieri. Sento di voler esplorare, di non stare ferma, mai, di uscire da casa con una macchina fotografica o col cellulare, di avvertire il soffio della vita, che sia un piccione che sonnecchia o un bimbo che sorride, un venditore di calendari o la vetrina di un brocante. Penso a Vivian Mayer che è stata una tata per tutta la sua vita e scattava in strada con risultati strabilianti di verità e poesia, in un contesto urbano, verticale.
Il tempo.
Spaventoso… Vivo l’ansia del tempo che vedo scorrermi davanti. Sento di voler raggiungere i miei traguardi al più presto… È sfuggevole e ingannevole per il rischio corrente di non cogliere la dimensione del qui e adesso. Un rullino di pellicola e una macchina analogica manuale… sono purtroppo difficilmente concepibili. Non solo metaforicamente.
