L’hard boiled, ottant’anni e non li dimostra

Il Mistero del Falco e Il Grande Sonno, Hammet e Huston, Chandler e Hawks

Il suo, è un puzzle di cicatrizzate sconfitte, di nessuna illusione, di solitudine, di una quotidiana battaglia al mondo border line in cui si muove. Ha un ufficio stazzonato quanto i suoi abiti; le suole delle sue scarpe valgono la foto sulla licenza d’investigatore privato. 
Non è laureato, non è sposato ma forse lo è stato, non è insensibile al fascino femminile – rischioso in proporzione a vicinanza e densità -, è uscito, in reciproco e mancato rimpianto dai ranghi della polizia perché intollerante al quieto vivere delle connivenze. 
È solipsista per constatazione e necessità, come un vecchio gatto sfuggito a un Dobermann. Gioca a scacchi contro sé stesso e perde.
Ha un’auto da tempo fuori produzione con un fanalino accecato e un paraurti ammaccato. La seduta del divano ha le molle rotte. Gli oggetti gli assomigliano, come un cane a passeggio con il padrone.
I soldi non lo interessano oltre la soglia di sopravvivenza e il futuro nemmeno, altrimenti non fumerebbe una sigaretta dopo l’altra ed eviterebbe il bourbon, non mangerebbe quello che capita se capita, dormirebbe regolarmente e, al mattino,  non dovrebbe pettinarsi il viso, oltre ai capelli.
La città dove vive è una mostruosità urbana nascosta dalla notte in cui brulicano i violenti e i violentati. Vivere, sopravvivere e soccombere sono una questione di latitudine e longitudine e di contiguità al crimine e al vizio. Corruzione, prostituzione, stupefacenti, prepotenza, sopraffazione, stupro, omicidio. In quantità tale da non meritarsi una riga sul giornale; se poi la vittima è un messicano o un negro, la polizia non apre alcun fascicolo.
Non è violento fino a prova contraria, è prudente senza paura, è ironico perché ha visto tutto e il suo contrario. Anno più, anno meno, il suo archetipo, apparso sulla rivista Black Mask che salvò la sussiegosa rivista letteraria The Smart Set dell’editore Mencken, è l’antieroe metropolitano dove Clark Kent fa giustizia delle carogne.

Per un uovo sodo, otto minuti di ebollizione. Oltre, albume e tuorlo sono hard-boiled: il gioco si fa duro, non c’è tempo per le deduzioni alla Jacques Futrelle, campione assoluto di logica investigativa sul sentiero percorso da Allan Poe, Agatha Christie, Conan Doyle, Simenon – il whodunit (chi ha fatto questo?) è abolito – e, giù per il piano inclinato, dai tanti autori minori fino agli ultimi investigatori della tivù dopo il tiggì, per un pubblico in maggioranza dedito ai quiz, agli irrealistici reality e alle telenovelas da trecento puntate.
Azione, inseguimenti, agguati, appostamenti, 38 Special: pagine che si leggono e sequenze che si guardano a ritmo di cronometro. Giochi di ombre e fanali dritti negli occhi. Niente pipa né tavole imbandite né sottili trame da dipanare leggendo parole. Indizi sotto il naso, il movente esce dal cilindro come un coniglio ora nero, ora bianco. Il delitto è la declinazione dei vizi più comuni e di altri che ciascuno adatta al proprio comodo. La gente è prevedibile nella trasgressione e nella reiterazione. Domani si ricomincia, sempre in salita, con le vite vendute e svendute.

Ha più identità: Eddie Valiant in Chi ha incastrato Roger Rabbit  di Gary Wolf, Nick Belane in Pulp di Charles Bukowski, Sam Spade nel Falcone Maltese di Dashiell Hammett, Philip Marlowe nel Grande Sonno di Raymond Chandler. Il cognome è del poeta, drammaturgo e commediografo inglese Christopher Marlowe, anima nera di Sua Maestà Elisabetta I, in odore di essere una spia, certamente un libertino, ucciso ventinovenne, nel 1593, da una coltellata in un occhio, in una rissa a quattro, forse per questione di soldi e per le condivise grazie della prostituta Elizabeth Bull.

Un cliché? No.
Dal cartone animato alla giungla d’asfalto, lui è sempre lui, ancor oggi. Ottant’anni fa, Howard Hawks girava il capolavoro The Big Sleep , uscito l’anno dopo, con Humphrey Bogart, Laureen Bacall e Martha Vickers, sceneggiato dal futuro Nobel 1949 per la Letteratura William Faulkner, da Jules Furthman che ha firmato otto pellicole dell’eccelso regista barocco von Sternberg e dalla geniale Leigh Brackett.  
È, con The Maltese Falcon, diretto nel 1941 da John Huston, sempre con Bogart, scelto per ripiego dopo il rifiuto di George Raft, che diffidava di un regista tanto giovane, il Sacro Graal del cinema noir.
Il magnetismo del protagonista è tale da annullare qualche incoerenza narrativa.
La leggenda vuole che Faulkner abbia telefonato a Chandler chiedendo chi avesse ucciso il ricattatore Geiger con un colpo di pistola. Domanda nella domanda: o Geiger si è suicidato? 
Risposta: a che pagina te ne sei accorto? Controrisposta: a un terzo del libro. Commento: al lettore interessano Marlowe e le due sorelle Sternwood. Non Geiger. Non se lo chiederà nessuno.
Argomento chiuso.

Volti così. Boogie, certamente, e il non meno perfetto Robert Mitchum in Marlowe il poliziotto privato di Dick Richard del 1975 e in Marlowe Indaga del 1978 di Michael Winner. Nel primo, guida una identica Plymouth P5 Coupé, ha un ufficio messo anche peggio e indaga su Velma, di cui il gigantesco cliente Malloy, ex rapinatore, è innamorato. Marlowe la cerca anche nel manicomio del Camarillo dove furono ricoverati il pianista Bud Powell e il sassofonista Charlie Parker, eroinomani. La donna inebetita sulla sedia a rotelle non è Velma, riproposizione del doublage ricorrente nell’hard boiled, con cui “gioca” l’assassina del Falcone Maltese Brigid (Mary Astor), protagonista nella realtà di uno scandalo sessuale che fece tremare Hollywood.

Il secondo, The Big Sleep, è ambientato nella Londra di oggi. Marlowe veste abiti di alta sartoria, indossa scarpe da Bond Street, porta un orologio da quattromila sterline, ufficio e abitazione sono da consulente finanziario di successo e la sua auto è una rara Mercedes cabriolet d’epoca. Ma la empreinte dell’uomo tutto d’un pezzo fa si che la sua dirittura morale e il suo codice etico restino adamantini. Non è corruttibile, indifferente alle profferte di sesso e banconote in cambio di un’effrazione al codice etico. Mai.
È un sentimentale che sa come andrà a finire… Il primo piano di Mitchum che ascolta commosso le tremule parole del generale Sternwood – James Stewart, nientemeno – è da cineteca.

Lo è il Marlowe scanzonato di Elliott Gould nel Lungo Addio di Robert Altman – ancora Los Angeles ma nel 1973 – lo è meno il volenteroso Liam Neeson in Detective Marlowe di Neil Jordan del 2022, tratto dal romanzo La bionda dagli occhi neri di Benjamin Black. Come tentare di imitare Orson Welles…

Nella plaga dei super eroi dai super poteri, dei telefilm con un omicidio ogni trenta secondi con l’anatomo patologo che disseziona cadaveri, nella risacca dei documentari sui serial killer, anche di casa nostra! e nell’indifferenza dei limiti di cronaca e del rispetto delle vittime, l’hard boiled d’autore è un classico moderno. C’è da averne nostalgia, anche se alla fine, la bella donna non rimane mai con il bravo ragazzo.

Ma questa è al contempo, la vita e anche tutta un’altra storia.