L'elegia tossica di una famiglia normale
Avvertenza al lettore: non c’è il commissario Jules Maigret con i suoi ispettori né l’acidulo catramato del trinciato forte Scaferlati Caporal, niente Calvados, niente Quai des Orfèvres. Oltre la porta che collega la Questura con la Procura, non c’è il giudice Ernest Coméliau, il magistrato più pignolo e malfidente di Francia.
Ma non manca nulla, al romanzo, perché le sue sono pagine di sleale bravura, con tutti gli ingranaggi della comédie humaine allineati sul tavolo, tra matite, pipe e scovolini.
Il punto esclamativo è obbligatorio: chapeau! per La Morte di Auguste di Georges Simenon, completato nel marzo del 1966, ora pubblicato da Adelphi.
L’arco temporale della vicenda: circa 72 ore, dalla morte di Auguste Mature, titolare del locale Chez L’Auvergnat, un tardo venerdì, alla sepoltura, il martedì. È il 1961.
Il luogo: un interno che, se non fosse un ristorante stellato di sapori e odori della memoria, si apparenterebbe a magazzini, carbonaie e rimesse che si somigliano come poveri, i reduci della vita nell’insormontabile muraglia della categoria, riconoscibili come chi attraversa il vuoto di un amore perduto. Da bistrot di facchini e carrettieri – pastis e uova sode – a ritrovo per buongustai, cucina a vista oltre la vetrata, il vecchio bancone di zinco che fa vintage, menu à la carte, salumi e formaggi dell’Alvernia – a Moulins è nato Maigret – vini e clientela adeguati; la prenotazione è obbligatoria.
Il precipitato chimico del vivere mescola in percentuali diverse, gli stessi elementi.
La piccola Parigi dello scrittore belga, è la stessa delle fotografie dell’ungherese Gyula Halász, Brassaï, il surrealista dei sali d’argento, testimone notturno oltre i confini dell’arte, nel raccontare chi ritraeva, fossero Picasso, Dalì, Matisse o la bruma dell’alba avvitata sulla Senna. O i rimasti, addormentati sulla panchina e sotto la spalla di un ponte, con i cartocci di quel che resta. A poche centinaia di metri, i locali à la page delle ovvietà costose e di altre notti, fotografate anch’esse nel tintinnio delle coppe di champagne e delle cannule di vetro nella narice. Le feste alla derive gauche…
Ogni scatto, come ogni paragrafo del romanzo, è un documentario su quanto raccattiamo dal ciottolato della vita. Fotogrammi e parole. Simenon è la tomografia assiale dei rantolii vitali, di ciò che si è diventati, tutti, e tutti siamo stati bambini.

Guardare per credere i referti sul ventre molle della città su cui le jour se lève; prostitute all’ultimo mozzicone di Boyard e all’ultima chance di raccattare un cliente che ha in saccoccia gli spiccioli avanzati dalla sbronza. Cronache antelucane delle crapule annunciate con tutto ciò che passa per i sette metri dell’intestino, les Halles così com’erano, ogni giorno tutti i giorni. Gargantua e Pantagruel di Rabelais avrebbero fatto la figura dei trappisti, con la smisurata dispensa della città da riempire e svuotare. Binari di mezzene, maiali, pollami, cataste di cavoli, plotoni di facchini. Formaggi molli, trippa di vitello. Un’altra folla si raduna e si disperde, tra paysans e frigoriferi.
Ogni mattina, per quarant’anni, Auguste, accompagnato dal secondo figlio Antoine, ha comprato alle Halles carne, frutta, verdura e spezie a seconda del menù; le specialità della casa e il piatto del giorno, dessert compreso, tutto fatto in casa.
Un forzuto garzone un po’ toccato, consegnava le casse di buonora. Si accendevano i fuochi. Bonjour!
Avrebbe potuto essere la storia di una vita senza scossoni nella linearità dell’ascesa, economica e sociale. Il garzone Auguste che dopo la Grande Guerra affettava jambon, ospita ambasciatori e avvocati… se non ci fosse da reggere il peso dell’aria ferma di casa, dove l’esistenza è scorsa via lavorando e lavorando, la conta dei soldi la sera, Auguste e la moglie come gli Henrouille di Céline alle prese con il mutuo. Ora lei convive con il dottor Alzheimer, guarda nel vuoto e mangia se la badante la imbocca, dopo tre figli tirati su con le migliori intenzioni, il magistrato Ferdinand, Antoine braccio destro di Auguste e la mela bacata della cesta, Bernard.
Viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire.
La frase non è della Morte di Auguste ma della Camera Azzurra, a riprova che gli uomini sono sempre gli stessi.
Tra le case addossate per farsi coraggio – spariranno insieme alla gente ancora figlia dell’Ottocento, arriveranno gli architetti della nouvelle qualcosa e lo straniante cemento armato di Playtime di Jacques Tati – Auguste, meglio di Lapalisse, muore nel tempo di un amen, nel suo locale, un occhio semiaperto sulla grande incognita, un ictus e rien ne va plus! È, questa, una breve parabola di cupidigia in una famiglia come un milione d’altre, una per pianerottolo, senza movente passionale, figli illegittimi, crimine, colpevole e complice.
Ognuno per sé e addio.
Il croupier vuole fare il suo gioco. Il male è acquattato da qualche parte e si è stiracchiato.
È il momento del torpido, piccolo male da retroguardia, un riformato burocrate della brama per sé stessa, letale nell’alzare il tappeto e mostrare la polvere nascosta negli anni, lanugine di facili convenienze, di furberia e vigliaccate in saldo. Robetta da furbi, da accumulo di peccati veniali.
Ha gioco facile, con il magistrato miope e l’arcigna consorte. La loro auto è la più piccola del condominio! Sono poveracci del vivere, oltre la rispettabilità apparente del travet da tribunale che dovrebbe amministrare giustizia ma non conosce sé stesso, se lascia che attecchisca la mala pianta dell’ingordigia, muto e subito rancoroso difronte al fratello Antoine che gli ha sempre voluto bene, la brava persona che già era da bambino, immune da retropensieri: è onesto da sempre.
Il rovello e le sue declinazioni: quanto valeva, Auguste? Almeno un milione di nuovi franchi. Dove e come ha investito i soldi? Come quantificare l’avviamento del ristorante? Antoine è informato? È stato il suo braccio destro, negli ultimi tempi e, di fatto, è il titolare. Non può non sapere… immobili, azioni, obbligazioni, oro?

Sono stati, lui ed Auguste, dal notaio, per mettere le cose nero su bianco? No; la scrittura privata tra padre e figlio è solo un pezzo di carta e, anche se quella era la volontà del vecchio, consigliato da qualcuno in mala fede, ora tutto andrà diviso per tre. Ci sarà pure, un testamento, nella casa setacciata a cadavere tiepido, nelle pagine dei libri che nessuno ha letto, dietro i quadri, in una zuccheriera, nelle tasche di quelle sue vecchie giacche, nei cassetti dei ricordi al macero, bomboniere di parenti e conoscenti comunque estranei, ninnoli estinti come la circostanza dei nastri e dei fiocchetti con cui si impacchettava il presente.
Le cognate, lady Macbeth da ringhiera, affiatate per le sole ore della tentata spogliazione, colpevoli da subito di istigazione al crimine prima che sia commesso, non hanno altro titolo della rapacità. Nicole, è passata dalla provincia alle cose andate a male e subito al marciapiede, senza soluzione di continuità. Lucida, letale…
Il terzo figlio, Bernard è prolifico di fumosi progetti che il vocabolario definirebbe espedienti; senza i soldi a credito che gli ha prestato Antoine, sarebbe passato dalla cella degli assegni scoperti per una alla Santé con l’accusa di truffa aggravata.
Questi, la cornice e il quadro. Il rancore crescente, il sospetto. Natale, Pasqua, 14 Luglio, onomastici e compleanni. Il male era seduto a tavola e osservava Auguste che affettava l’arrosto, sorridente. Auguste come Le Père Goriot di Balzac.
La chiave di una cassetta di sicurezza, l’individuazione della banca, le fantasticherie fuori controllo nell’attesa di scendere nel caveau, accompagnati dall’addetto dopo che gli eredi di cosa ancora non si sa sono stati riconosciuti come aventi diritto. La corsa all’epilogo è all’ultima curva.
La nemesi è un faldone di titoli inesigibili e qualche manciata di contanti. Il consigliere, morto da due anni, ha truffato Auguste.
Il magistrato e il terzogenito si spartiscono i contanti.
Il carro funebre è arrivato al cimitero.
La morte che parifica ricchi e miserabili, nobili e popolani, uomini d’ingegno e ignoranti, ha parificato la famiglia Mature alle altre del palazzo, della strada, del quartiere.
La vedova non saprà di esserlo diventata; dei figli, solo uno sa di essere orfano.

L'elegia tossica di una famiglia normale
Avvertenza al lettore: non c’è il commissario Jules Maigret con i suoi ispettori né l’acidulo catramato del trinciato forte Scaferlati Caporal, niente Calvados, niente Quai des Orfèvres. Oltre la porta che collega la Questura con la Procura, non c’è il giudice Ernest Coméliau, il magistrato più pignolo e malfidente di Francia.
Ma non manca nulla, al romanzo, perché le sue sono pagine di sleale bravura, con tutti gli ingranaggi della comédie humaine allineati sul tavolo, tra matite, pipe e scovolini.
Il punto esclamativo è obbligatorio: chapeau! per La Morte di Auguste di Georges Simenon, completato nel marzo del 1966, ora pubblicato da Adelphi.
L’arco temporale della vicenda: circa 72 ore, dalla morte di Auguste Mature, titolare del locale Chez L’Auvergnat, un tardo venerdì, alla sepoltura, il martedì. È il 1961.
Il luogo: un interno che, se non fosse un ristorante stellato di sapori e odori della memoria, si apparenterebbe a magazzini, carbonaie e rimesse che si somigliano come poveri, i reduci della vita nell’insormontabile muraglia della categoria, riconoscibili come chi attraversa il vuoto di un amore perduto. Da bistrot di facchini e carrettieri – pastis e uova sode – a ritrovo per buongustai, cucina a vista oltre la vetrata, il vecchio bancone di zinco che fa vintage, menu à la carte, salumi e formaggi dell’Alvernia – a Moulins è nato Maigret – vini e clientela adeguati; la prenotazione è obbligatoria.
Il precipitato chimico del vivere mescola in percentuali diverse, gli stessi elementi.
La piccola Parigi dello scrittore belga, è la stessa delle fotografie dell’ungherese Gyula Halász, Brassaï, il surrealista dei sali d’argento, testimone notturno oltre i confini dell’arte, nel raccontare chi ritraeva, fossero Picasso, Dalì, Matisse o la bruma dell’alba avvitata sulla Senna. O i rimasti, addormentati sulla panchina e sotto la spalla di un ponte, con i cartocci di quel che resta. A poche centinaia di metri, i locali à la page delle ovvietà costose e di altre notti, fotografate anch’esse nel tintinnio delle coppe di champagne e delle cannule di vetro nella narice. Le feste alla derive gauche…
Ogni scatto, come ogni paragrafo del romanzo, è un documentario su quanto raccattiamo dal ciottolato della vita. Fotogrammi e parole. Simenon è la tomografia assiale dei rantolii vitali, di ciò che si è diventati, tutti, e tutti siamo stati bambini.

Guardare per credere i referti sul ventre molle della città su cui le jour se lève; prostitute all’ultimo mozzicone di Boyard e all’ultima chance di raccattare un cliente che ha in saccoccia gli spiccioli avanzati dalla sbronza. Cronache antelucane delle crapule annunciate con tutto ciò che passa per i sette metri dell’intestino, les Halles così com’erano, ogni giorno tutti i giorni. Gargantua e Pantagruel di Rabelais avrebbero fatto la figura dei trappisti, con la smisurata dispensa della città da riempire e svuotare. Binari di mezzene, maiali, pollami, cataste di cavoli, plotoni di facchini. Formaggi molli, trippa di vitello. Un’altra folla si raduna e si disperde, tra paysans e frigoriferi.
Ogni mattina, per quarant’anni, Auguste, accompagnato dal secondo figlio Antoine, ha comprato alle Halles carne, frutta, verdura e spezie a seconda del menù; le specialità della casa e il piatto del giorno, dessert compreso, tutto fatto in casa.
Un forzuto garzone un po’ toccato, consegnava le casse di buonora. Si accendevano i fuochi. Bonjour!
Avrebbe potuto essere la storia di una vita senza scossoni nella linearità dell’ascesa, economica e sociale. Il garzone Auguste che dopo la Grande Guerra affettava jambon, ospita ambasciatori e avvocati… se non ci fosse da reggere il peso dell’aria ferma di casa, dove l’esistenza è scorsa via lavorando e lavorando, la conta dei soldi la sera, Auguste e la moglie come gli Henrouille di Céline alle prese con il mutuo. Ora lei convive con il dottor Alzheimer, guarda nel vuoto e mangia se la badante la imbocca, dopo tre figli tirati su con le migliori intenzioni, il magistrato Ferdinand, Antoine braccio destro di Auguste e la mela bacata della cesta, Bernard.
Viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire.
La frase non è della Morte di Auguste ma della Camera Azzurra, a riprova che gli uomini sono sempre gli stessi.
Tra le case addossate per farsi coraggio – spariranno insieme alla gente ancora figlia dell’Ottocento, arriveranno gli architetti della nouvelle qualcosa e lo straniante cemento armato di Playtime di Jacques Tati – Auguste, meglio di Lapalisse, muore nel tempo di un amen, nel suo locale, un occhio semiaperto sulla grande incognita, un ictus e rien ne va plus! È, questa, una breve parabola di cupidigia in una famiglia come un milione d’altre, una per pianerottolo, senza movente passionale, figli illegittimi, crimine, colpevole e complice.
Ognuno per sé e addio.
Il croupier vuole fare il suo gioco. Il male è acquattato da qualche parte e si è stiracchiato.
È il momento del torpido, piccolo male da retroguardia, un riformato burocrate della brama per sé stessa, letale nell’alzare il tappeto e mostrare la polvere nascosta negli anni, lanugine di facili convenienze, di furberia e vigliaccate in saldo. Robetta da furbi, da accumulo di peccati veniali.
Ha gioco facile, con il magistrato miope e l’arcigna consorte. La loro auto è la più piccola del condominio! Sono poveracci del vivere, oltre la rispettabilità apparente del travet da tribunale che dovrebbe amministrare giustizia ma non conosce sé stesso, se lascia che attecchisca la mala pianta dell’ingordigia, muto e subito rancoroso difronte al fratello Antoine che gli ha sempre voluto bene, la brava persona che già era da bambino, immune da retropensieri: è onesto da sempre.
Il rovello e le sue declinazioni: quanto valeva, Auguste? Almeno un milione di nuovi franchi. Dove e come ha investito i soldi? Come quantificare l’avviamento del ristorante? Antoine è informato? È stato il suo braccio destro, negli ultimi tempi e, di fatto, è il titolare. Non può non sapere… immobili, azioni, obbligazioni, oro?

Sono stati, lui ed Auguste, dal notaio, per mettere le cose nero su bianco? No; la scrittura privata tra padre e figlio è solo un pezzo di carta e, anche se quella era la volontà del vecchio, consigliato da qualcuno in mala fede, ora tutto andrà diviso per tre. Ci sarà pure, un testamento, nella casa setacciata a cadavere tiepido, nelle pagine dei libri che nessuno ha letto, dietro i quadri, in una zuccheriera, nelle tasche di quelle sue vecchie giacche, nei cassetti dei ricordi al macero, bomboniere di parenti e conoscenti comunque estranei, ninnoli estinti come la circostanza dei nastri e dei fiocchetti con cui si impacchettava il presente.
Le cognate, lady Macbeth da ringhiera, affiatate per le sole ore della tentata spogliazione, colpevoli da subito di istigazione al crimine prima che sia commesso, non hanno altro titolo della rapacità. Nicole, è passata dalla provincia alle cose andate a male e subito al marciapiede, senza soluzione di continuità. Lucida, letale…
Il terzo figlio, Bernard è prolifico di fumosi progetti che il vocabolario definirebbe espedienti; senza i soldi a credito che gli ha prestato Antoine, sarebbe passato dalla cella degli assegni scoperti per una alla Santé con l’accusa di truffa aggravata.
Questi, la cornice e il quadro. Il rancore crescente, il sospetto. Natale, Pasqua, 14 Luglio, onomastici e compleanni. Il male era seduto a tavola e osservava Auguste che affettava l’arrosto, sorridente. Auguste come Le Père Goriot di Balzac.
La chiave di una cassetta di sicurezza, l’individuazione della banca, le fantasticherie fuori controllo nell’attesa di scendere nel caveau, accompagnati dall’addetto dopo che gli eredi di cosa ancora non si sa sono stati riconosciuti come aventi diritto. La corsa all’epilogo è all’ultima curva.
La nemesi è un faldone di titoli inesigibili e qualche manciata di contanti. Il consigliere, morto da due anni, ha truffato Auguste.
Il magistrato e il terzogenito si spartiscono i contanti.
Il carro funebre è arrivato al cimitero.
La morte che parifica ricchi e miserabili, nobili e popolani, uomini d’ingegno e ignoranti, ha parificato la famiglia Mature alle altre del palazzo, della strada, del quartiere.
La vedova non saprà di esserlo diventata; dei figli, solo uno sa di essere orfano.
