Ruth Ellis, l'assassina fu la vera vittima. L'ultima donna giustiziata in Inghilterra
Tre ossessioni britanniche, datate quanto la nebbia sul Tamigi, allignano nel DNA di una nazione percepita, anche, come solido esempio di democrazia, nonostante classe sociale, sesso e morte – le tre ossessioni – abbiano non di rado guidato la mano che ha scritto sentenze più apparentabili a regolamenti di conti sociali che non a esiti di processi equanimi.
Charles Laughton, l’avvocato sir Wilfrid Robarts di Testimone d’accusa, diretto nel 1957 da Billy Wilder – tratto dal racconto di Agatha Christie – dopo l’assoluzione del suo assistito, assume la difesa della donna che lo ha scagionato.
Il grande penalista ha saputo che la verità vitale è tutt’altra e non può, anche a rischio di un secondo, fatale infarto, non tentare il tentabile purché sia acclarata.
Giudice, cancelliere, giurati, pubblica accusa, difesa, testimoni, prove a carico e a favore, colpi di scena e parrucche odorose di naftalina possono acclarare la verità dei fatti in sé. Ma non a soppesare l’influenza della condizione umana in cui si sono verificati.
La signora Cristina Helm ha mentito – un teste non è un imputato – ed è dunque colpevole per il Codice Penale, con le aggravanti personali di essere emigrata dalla Germania sconfitta, moglie bigama di un suddito di Sua Maestà – è una delle tante straniere che rubano i giovanotti alle nostre ragazze da marito! -, ha congegnato un complesso stratagemma che, accusandosi, assolve il marito omicida che lei stessa uccide in tribunale dopo aver scoperto di essere stata manipolata e tradita.
Lui è Tyrone Power. Lei è Marlene Dietrich, bionda come molte protagoniste dei film del maestro inglese Alfred Hitchcock, che le ha invariabilmente destinate al peggio. Un’ossessione anche questa.
Se è vero che la bilancia della Giustizia può oscillare ma torna sempre in equilibrio, altrettanto vero è che il sentire della gente può divergere dal verdetto anche prima che venga pronunciato, neanche fosse già scritto, fino ad assurgere a movimento d’opinione.
Colpevolisti, innocentisti, acrobati del distinguo e del dubbio assolutorio dicono la loro, a mo’ di riscatto dall’indifferenza in cui rotolano i pareri, i cascami di simpatie e antipatie, i giustizialismi, le identificazioni emotive, le collazioni di vicende personali, i rancori, i riscatti e le vendette.
Il caso dell’escort ventottenne Ruth Ellis, impiccata a Londra nel 1955 per l’omicidio volontario dell’ex amante, fuori da un locale di Hampstead, è esemplare.
Ruth. Bella, bionda, vissuta e perduta, derubata dalla prima adolescenza del non negoziabile diritto all’integrità morale e fisica; orrori commessi in famiglia, oltretutto, in un contesto di parole in rima: promiscuità, precarietà, brutalità, povertà, a conferma che anche nell’ambito urbano, latitudine e longitudine sono la quarta dimensione del vivere.

Ci aveva messo del suo, nella caduta, non facendosi mancare nulla in quanto a malcostume e a vizi. È ovvio constatare come la cifra della sua esistenza sia stata la predestinazione da stratificazione di sconfitte e umiliazioni morali e non solo.
Ruth era la quinta dei sei figli della belga Berthe e del violoncellista di Manchester Arthur Hornby. La famiglia cambiava spesso domicilio e cognome per sottrarsi ai creditori e alle dicerie dei vicini, additata e scansata per intuibili ragioni.
La sorella maggiore di Ruth, Muriel, fu violentata dal padre e partorì un bimbo.
Ruth, undicenne, fu vittima di abusi sessuali. Nel 1940, Arthur Hornby fu assunto come custode da una ditta londinese di ascensori; venne licenziato dopo pochi mesi per ubriachezza molesta e piccoli furti.
Il fratello maggiore di Ruth, Julian, congedato dalla Royal Army, le presentò la fidanzata Edna, alcolizzata e ninfomane, da subito amante di Arthur, che sopravviveva con l’assegno della pubblica sussistenza.
Incinta a diciassette anni di un soldato canadese sposato che non riconoscerà il bimbo, operaia in un laboratorio tessile, Ruth posava per portfolio pornografici senza timore di essere riconosciuta. Il suo “manager”, Morris Conley, era un avanzo di galera che ricattava i clienti di prostitute e travestiti.
Hostess in un nightclub del ricco quartiere di Hampstead, nel 1950 lavorava come escort, in una girandola di clienti, amanti, cocaina, alcol. Oggi è adesso, domani è il forse. Il cliente più assiduo era un dentista noto alle forze dell’ordine e alle cliniche private. Più volte disintossicato, tornava alla bottiglia in pochi giorni. Ruth lo sposò in un ufficio dello stato civile nel Kent nonostante fosse bipolare, depresso e violento.
Partorisce nel 1951 una bimba che il dentista non riconosce, adducendo tradimenti continui. Divorziata con due bimbi a carico, Ruth lavora di giorno in fabbrica e la notte con i clienti del night. Cerca di migliorare la conversazione, di ottundere l’eco pesante del suo dialetto, di non inciampare nello slang suburbano.
Conosce la vita notturna, sa individuare e spremere chi spende. Il titolare del locale, il Little Club la “promuove” a manager-maitresse. Ha ventisette anni e una fatua possibilità di salire qualche gradino dell’erta scala del suo milieu.
Ma la mela non cade lontano dall’albero perché David Blakely, il nuovo partner, è un etilista. Figliastro del baronetto sir Humphrey Cook, di famiglia benestante, David, educato alla Shrewsbury School fondata nel 1552 da Enrico VI, è un buon pilota da corsa, un privato che gareggia con soldi propri. Il vizio del bere, lo sperpero per le auto da competizione e il non interrotto rapporto di Blakely con l’ex fidanzata, incrinano la relazione. Ruth, licenziata dal Little Club, cerca stabilità e s’illude di averla trovata in un ex pilota della RAF, Desmond Cussen. Ma non tronca con Blakely nonostante abiti in Oxford Street con il nuovo partner.
Benzina sul fuoco: Ruth, scopre de visu che David è bisessuale, forse e anche per denaro. Picchiata fino allo svenimento, abortisce.
La misura è colma: non denuncia l’aggressione perché il salto di qualità sarà l’omicidio premeditato per farsi giustizia da sola. Ucciderà Blakely.

La sera della Domenica di Pasqua del 1955, esce dalla casa di Cussen e arriva poco distante dal Magdala Club.
Nella borsetta, ha un revolver carico. Alle 21.30, Blakely e l’amico Clive Gunnel, escono dal locale. Due proiettili colpiscono alla schiena David che stramazza sul marciapiede. Ruth lo raggiunge e spara a bruciapelo altri tre colpi.
Accende una sigaretta, fuma a lente boccate e accenna un sorriso. A modo suo, ha chiuso i conti.
Già il lunedì di Pasqua, il primo interrogatorio, poi la perizia psichiatrica che esclude l’infermità mentale. Il 20 giugno, all’Old Bailey, inizia il processo.
L’accusatore Christian Humphreys ha vita facile poiché Ruth ha risposto con un si alla domanda se avesse sparato per uccidere. Si, ovviamente si.
Come controfirmare la propria condanna a morte, pronunciata dalla giuria dopo venti minuti di camera di consiglio. Pura formalità.
Una folla composita attende, nella strada del tribunale. Parteggia per la donna che non ne poteva più di depravazione, aborti, percosse. Un inferno domestico che tante ragazze, mogli e vedove della suburra metropolitana conoscono bene. Charles Dickens non è lontano. Nessuno le ha difese, mai.
La stampa vicina al Labour e quella a vocazione popolare, hanno fatto del Caso Ruth una vicenda anche politica. Quella di Ruth è una vita venduta, segnata dalla promiscuità, dall’abbrutimento, in una messe di particolari testimoniati che hanno declinato sempre e comunque la miseria.

Esecuzione capitale per impiccagione per l’omicidio premeditato di David Blakely.
Mancò poco alla sommossa. Furono raccolte cinquantamila firme per la sospensione della condanna capitale e per la revisione del processo. Ma l’accertata non infermità mentale e l’ammissione della volontà di uccidere, rendevano vana ogni speranza.
I suoi avvocati scrissero al ministro degli Interni, Gwilym Lloyd George, una lettera di quattordici pagine con le ragioni extra procedurali che avrebbero sostenuto la revisione del processo.
Sarebbe un brutto giorno per questo paese se adottassimo la dottrina del crimine passionale, disse il segretario permanente, sir Frank Newsam, a Lloyd George.
Questo è stato un omicidio deliberatamente pianificato ed eseguito a sangue freddo.
Poco dopo le nove del mattino di mercoledì 13 luglio 1955, Ruth fu impiccata nella prigione di Holloway. Il boia Albert Pierrepoint la incappucciò e azionò la leva che apriva la botola. Il nodo scorsoio spezzò l’osso del collo; Ruth spirò dopo qualche spasmo.
Era calma, indifferente, dichiarerà il boia. Più di tutti i condannati al patibolo che ho visto io.
Alle 9.18, fu affisso alla porta del carcere un documento firmato dallo sceriffo: Ruth Ellis è stata giustiziata.
Ruth aveva rivelato al suo avvocato che revolver e proiettili erano stati procurati da Desmond Cussen. Mi ha insegnato a sparare… Cussen negò; contro di lui, c’era la sola dichiarazione di Ruth. Scansò così l’incriminazione per complicità, emigrò in Australia e fu dimenticato,
La morte di Ruth scosse l’opinione pubblica. La Legge era stata applicata ma i diritti vengono prima della Legge. Quanti diritti non negoziabili di Ruth erano stati violati sin dalla fanciullezza? L’innocenza, l’autostima, l’affetto, l’integrità…
Editoriali su editoriali, rotocalchi, servizi della BBC, univoci contro la pena capitale.
Il romanziere americano Raymond Chandler scrisse all’ Evening Standard stigmatizzando la ferocia medievale della legge.
Alcun’altra donna sarà giustiziata, in Inghilterra, dopo Ruth. La pena capitale sarà abolita nel 1965. Peter Anthony Allen e Gwynne Owen Evans furono gli ultimi impiccati, il 13 agosto 1964. La metà dei condannati a morte, scontò l’ergastolo.
L’ombra della morte è lunga e ha fatto altre vittime: George, ex marito di Ruth si suicidò in un albergo a ore nel 1958; la madre di Ruth, Bertha, tentò il suicidio con il gas; salvata, visse nell’ade della demenza.
Andy aveva 10 anni quando sua madre Ruth morì. Si tolse la vita nel 1982 dopo aver distrutto la lapide sulla tomba di sua madre.
La sorella Georgina fu data in affido a sei anni. È morta di cancro nel 2001, a 50 anni.
Nel marzo scorso, la produttrice televisiva inglese ITV ha tramesso in Inghilterra e negli Stati Uniti il docu-film “A Cruel Love. The Ruth Ellis Story”, quattro episodi diretti da Lee Haven Jones con Lucy Boynton, nel ruolo principale e Toby Jones nella parte dell’avvocato difensore, fedeli alla cronaca di tanti anni fa.
Emotivamente ha fatto meglio “Ballando con uno sconosciuto” del 1985, diretto dall’inglese Mike Newell, con Miranda Richardson e Rupert Everett. Il film, premiato a Cannes, fu candidato al David di Donatello.
L’ustione sociale per l’impiccagione di Ruth Ellis, ancora brucia…
È stata tentata, anche, la “riabilitazione” tentando senza esito la revisione ex post del processo. Sono passati settant’anni, troppi, dall’impiccagione di Ruth, accomunata dal cappio al collo a Maddalena Anna Paradine – Alida Valli – anch’essa non inglese e rea confessa. Quanto è labile il confine tra realtà e finzione! Era bellissima, nel Caso Paradine, la bruna uxoricida italiana.
Per lei, Hitchcock ha fatto un’eccezione alla sua ossessione per le bionde.
Dio salvi la Regina. Anzi, il Re.