Mutis, il navigatore dell’anima – Duplice ricorrenza per il grande scrittore colombiano nato cento anni fa e scomparso nel 2013. Tre giorni insieme, a Trieste

“Cadono” quest’anno due anniversari dello scrittore colombiano Alvaro Mutis, romanziere e poeta colombiano,  tra i più importanti dell’ultimo dopoguerra, vincitore dei premi Medicis e Asturias, autore tra gli altri di L’ultimo scalo del Tramp Steamer, Ilona arriva con la pioggia, Abdul Bashur sognatore di navi, Un bel morir, Maqroll il gabbiere… Avevo dedicato a un suo personaggio il mio secondo romanzo pubblicato da Sperling & Kupfer, La settima onda. Il fax univa la sua casa di Città del Messico a quella dove ancora abito, a Verona. Ci scrivevamo con l’urgenza di amici. Ci incontrammo la prima volta a Trieste, dove era nata, letterariamente, la “sua” Ilona Grabowska. Scelsi un albergo sul mare per il panorama. Entrai in reception per chiedere una camera e lo vidi scendere le scale. Rispose al sorriso con un sorriso. “Ti aspettavo”. Quel che segue è il primo dei tanti dialoghi, sparpagliati su tre giorni, da mattina a sera. “Ora parliamo di me. Poi, di noi”.


La prima domanda è sempre sciocca. Cominciamo dalla seconda?

“Si”

Come si dice? Ottantatre anni e un grande futuro dietro le spalle.

“Se c’è qualcosa che ho imparato in ottant’anni è che non saprò cosa mi accadrà tra due ore. Non ho mai applicato regole nella mia vita: equivarrebbe a cadere in una sorta di pazzia. L’oggi deve tener conto del maggior numero di cose possibili ma non solo di allegria e, là dove sia possibile, felicità perché questo è un comandamento che vige a Disneyland, dove tutti devono essere felici. Ogni ora della nostra vita deve avere un senso. Insomma, che dentro di te si salvi qualcosa che poi ti aiuterà a vivere. Più il tempo passa e più ti aiuterà.”

Anche con la scrittura?

“Io scrivo perché vado lasciando una testimonianza, molto più per me stesso che per gli altri. Mentre il nero scende sul bianco nasce un qualcosa che non è più tuo. Frammenti del tuo essere, della tua memoria, delle tue sconfitte rimangono scritti nella tua lingua. Non scrivo per la gloria ma per me stesso, per Alvaro Mutis. C’è un verso di Pablo Neruda che è l’essenza di ciò che dico: che Dio mi liberi dall’inventare mentre sto cantando. È meraviglioso non dirsi bugie e quando si scrive non si può mentire: se così è, scrivi il nulla.”

Hai detto: “non so scrivere romanzi”

“Lo ribadisco: io non so scrivere novelle. Scrivere romanzi è una tecnica che non si apprende sui libri di testo. Basta leggere Dickens o Pérez Galdós per accorgersi che questi signori conoscono tutti i segreti della narrativa. Io ho cominciato a scrivere a più di quarant’anni quando già non c’era più tempo per imparare.”

Il sale della tua terra di scrittore viene dal mare. Uno scenario ideale per la rifondazione del possibile e dell’impossibile. Gabriel Garcìa Marquez ha scelto Macondo. Tu gli oceani.

“E’ una passione totalizzante che discende direttamente dai viaggi che, bambino, facevo con la mia famiglia, dal Messico e dalla Francia, verso la Colombia, sempre per nave, su mercantili che trasportavano frutta, attrezzati per il servizio passeggeri. Il tempo che passavo in oceano era un assoluto regalo degli dèi. La più grande opportunità che ci possa capitare è guardare il mare, come cambia, il non sapere come sarà domani questa immensità, questa infinita energia. E questo mercantile carico di merci che faticava sulle onde, in un’immagine quasi umana, in una sorta di pulvis eris, mi commuoveva. Il mare è destino aperto: non ci sono strade, sul mare. La terra è piena di labirinti, di viottoli su cui gli uomini cercano la loro breve strada commerciale, un piccolo sentiero sentimentale. Il mare no, sei solo con te stesso. Una prova che non ha confronti.”

Hai sognato di navigare per sempre?

“A quattordici anni dissi a mia madre: voglio fare il marinaio. Un cugino di mio padre era generale dell’Esercito colombiano. Un giorno era a casa nostra e mia madre gli disse: Octavio, Alvaro vuole fare il marinaio. Lui commentò: Con i voti che prende in matematica non navigherà mai. Per navigare bisogna conoscere perfettamente la matematica e la trigonometria. Per me già la semplice addizione è un problema. La divisione? No, non la capisco, non ne voglio sapere. Gli strumenti di navigazione? Ho un’assoluta mancanza di predisposizione per tutto ciò che è tecnico. Fine del sogno.”

Rimpianto?

“Da molti anni ho scelto di non averne. Ho navigato comunque molto, in ogni senso. La mia famiglia, pur ricca, mi ha trasmesso un principio: il danaro non cresce in campagna. Ho navigato scegliendo, sempre, professioni che mi dessero indipendenza personale e grandi possibilità di relazioni. Prima, una compagnia di assicurazioni, poi un consorzio di fabbricanti di birra, una compagnia aerea, una enorme catena radiofonica, la Carena Radial Colonbiana, il cui acronimo è Caracol. Seduto in ufficio? Mai. Uscire, vedere gente, parlare, curare l’immagine della mia compagnia con i media. Ho lavorato anche in un’agenzia pubblicitaria dove curavo i contatti con la clientela. Poi la Twentieth Century Fox, per tredici anni, responsabile per l’America Latina del dipartimento televisivo. Un viaggio continuo, paese per paese, a vendere serial e documentari. Indipendente o quasi, salvo naturalmente il dover rendere conto del mio lavoro. Tredici anni con la Twentieth e dieci con la Columbia: Messico, Guatemala, Honduras, Salvador, Nicaragua, Costarica, Panama, Colombia, Equador, Cile, Argentina, Perù, Venezuela, Porto Rico e poi la riunione a Los Angeles. Ancor oggi, quando ho un incubo, è perché sogno che il Guatemala non paga il conto. Anche questa vita è stata navigazione, perché ho incontrato migliaia di persone, ho trascorso infinite ore negli aeroporti e nei porti e sui treni a osservare la gente. E mi sono messo a scrivere proprio nelle sale d’aspetto degli aeroporti -un luogo che odio, diversamente dalle banchine dove le navi attraccano- per ingannare l’attesa. Dopo tutta quella gente attorno, ho cercato di dare pace a me stesso e ho parlato di oceano, di navi, di silenzi, di spazi infiniti e di piccole storie di uomini. Ho fatto l’esatto contrario del mio amico Garcìa Marquez, che non ha mai incassato un soldo che non gli venisse dalla scrittura. Ma lui è un romanziere. Io, un marinaio mancato.”

I personaggi più importanti dei tuoi libri, Maqroll il gabbiere e Abdul Bashur sono navigatori.

“Tra loro c’è una immensa distanza di tempo. Maqroll nacque quando uscì La Bilancia. Il gabbiere incarna la mia poesia, che è una poesia senza speranza, non dico pessimista, dico senza speranza, con momenti molto amari, partoriti da esperienze forti, definitive. L’ho chiamato così, Maqroll, perché Maqroll non si trova in alcun idioma. Ma, molti anni più tardi, un amico scozzese, traduttore delle mie poesie, collaboratore del New Yorker, mi ha detto: Alvaro, è scozzese, Mac Qroll. Abdul, invece, nacque nel momento in cui decisi di tradurre in prosa un poema. La neve dell’ammiraglio prese vita per una ragione molto semplice, addirittura elementare: mi chiesi chi potesse condividere le avventure di Maqroll. Risposta: un amico. Il sentimento dell’amicizia mi ha sempre, profondamente emozionato. Io sono i miei amici. Maqroll non poteva restare solo, aveva bisogno di un amico e di un compagno di vita. Non era facile… ma Abdul Bashur mi venne così bene che scrissi il romanzo Abdul Bashur sognatore di navi.”

Insieme a Maqroll e Abdul c’è Jon Iturri, il capitano del tramp steamer Alcyòn, il vero protagonista del suo romanzo “L’ultimo scalo del Tramp Steamer.”

“Jon appartiene a una categoria di uomini che ho sempre ammirato, uno di quelli che, con grande rettitudine e con altrettanto senso del dovere, affrontano tutte le difficoltà della vita. Jon, un personaggio necessario, per il Tramp Steamer: dovevo raccontare tutti i miei incontri con il vecchio mercantile. E’ una storia vera, quella dei miei appuntamenti casuali, in giro per il mondo, con il vecchio cargo. Mi accadeva quando, funzionario di una compagnia petrolifera, giravo il mondo. Ebbene, vedo questa nave a Helsinki, la rivedo in Sudafrica, la reincontro in Sud America e in Giamaica, sempre con la sua livrea disastrata, da vecchio soldato che pure non molla, nonostante non abbia più né armi né divisa né stivali. L’ho amato, da subito. Chi mai avrebbe potuto sedere in plancia e comandare quella nave agonizzante? Solo un uomo come Iturri, un basco silenzioso, al contempo retto e ricco di passione, vittima della maledizione dell’amore, che cade…al contrario, che riceve dalla vita il grande dono di incontrare Warda, una donna bella e diretta, l’armatrice del cargo, che gli dice: sono musulmana, non posso seguirti in Europa e vivere con te. Addio.

Quante volte si è innamorato?

“Mi sono sposato tre volte e dunque mi sono innamorato almeno tre volte. Ho sempre sentito dentro di me, e ciò vale per i miei personaggi, che l’amore è prima amicizia e poi complicità. Se è così non ci diciamo bugie. Non è facile incontrare l’amore. Io, oggi, sono innamorato. L’amore ci dà la possibilità di vivere con pienezza ma non bisogna credere che sia la soluzione della vita. La vita non ha soluzioni se non quella finale, uguale per tutti.”

Il cantiere di Mutis?

“Sono un totale indisciplinato. anche quando si tratta di uomini e di mare. Ho un romanzo in mente ma finché non lo scrivo Maqroll non muore. Non posso farlo morire. Sto cercando una via di fuga, un trucco. Se lo trovassi, inizierei subito la scrittura. La trama si svolge a bordo di un cargo carico di fosfati, un esplosivo potentissimo che va stivato in modo particolare pena la deflagrazione. Maqroll ha la polizia tunisina alle calcagna e si imbarca come marinaio. Subito si rende conto che lo stoccaggio è mal fatto. La nave dirige verso un paese dell’America Latina dove la temperatura è altissima. Il caldo è l’elemento decisivo: ora Maqroll è là, in mezzo al mare, in pericolo. Un amico francese mi ha detto: sai quando morirà Maqroll? Quando morirai tu. Devo trovare una soluzione. Scrivo le prime dieci pagine e in queste Maqroll è in Marocco. Una notte lo sento vicino a me, che mi dice: Non sai che ho problemi giudiziari in Marocco? Cosa pensi di fare? Fammi imbarcare in un altro porto.”

Ora c’è spazio per la prima domanda, che venendo per ultima non rischia di essere sciocca. Dove sono, ora, Maqroll, Bashur e Jon?

“Insieme a noi, ovviamente. Sono naturalmente sospettosi. Si chiedono la ragione di tutte queste domande. Ma quando sapranno che dopo un bicchierino di roba forte chiederemo loro di oceani e di navi, beh, parleranno con noi per una notte intera. E all’alba non avranno ancora finito.”

 

Alvaro Mutis a Trieste, foto di Donatello Bellomo